19 febbraio 1937: Il giorno dei Martiri – የሰማዕእታት ቀን

Yekatit 12

“Coloro che mediante una vile ed egoistica propaganda cercano di nascondere le sofferenze che furono inflitte al Mio popolo dovrebbero sapere che non riusciranno mai nel proprio intento.” – Haile Sellassie I, 1937

(Autobiography of H. I. M. – part II, Chicago 1994, page 12)


Il 19 febbraio 1937, ad Addis Abeba, alcuni patrioti Etiopi lanciarono bombe a mano contro rappresentanti delle gerarchie fasciste, tra i quali il viceré Rodolfo Graziani. Gli assalitori riuscirono ad uccidere sette uomini ed a ferirne altri quarantanove, tra cui lo stesso Graziani. Il segretario federale fascista Guido Cortese, assetato di sangue, colse l’occasione per avviare immediatamente orrende rappresaglie contro i prigionieri ed i semplici civili della capitale. Circa trentamila Etiopi innocenti persero la vita nei tre giorni successivi; tra questi erano compresi 324 ex funzionari che si erano pacificamente arresi ed erano stati invitati a presenziare alle cerimonie ufficiali. Migliaia di mendicanti venuti per ricevere aiuto furono assassinati. A tal proposito citiamo la testimonianza resa dal sergente Angelo Bressan al quotidiano “L’Arena di Verona”, il 19 marzo 1986, a proposito della spietata rappresaglia del 19 febbraio 1937, di cui era stato testimone: “ Da quel momento in poi iniziarono giorni di orrore, i carri armati strinsero d’assedio i mercati, le piazze, qualsiasi luogo in cui fossero radunati gli indigeni, e su questi aprirono il fuoco…. un massacro… ho visto bruciare le case, i tucul (case tradizionali) in cui la gente terrorizzata cercava di trovare rifugio; ho visto donne, bambini, uomini inseguiti dagli ascari a cavallo ed abbattuti a colpi di sciabola. Queste immagini tremende si sono susseguite per tre giorni interi. La sera del primo giorno siamo andati in giro per Addis Abeba a raccattare gli indigeni, quelli ancora vivi, abbandonati a terra un po’ dappertutto”. Questa la considerazione del redattore capo de ‘L’Arena di Verona’: “Prendendo per buona la cifra indicata da Graziani, il rapporto delle vittime della rappresaglia rispetto a quello delle vittime dell’attentato è di circa 140 ad 1; quello della rappresaglia nazista delle Fosse Ardeatine, per l’attentato di via Rasella, è di 10 a 1”.

Come se l’ancora sofferente Graziani non fosse già in vena di agire in modo orribile contro il popolo etiopico, Mussolini lo esortava quotidianamente a prendere drastici provvedimenti. Così, tra il 5 maggio ed il 15 giugno 1937, nella sola Ankober i fascisti massacrarono e mutilarono non meno di 15.000 civili innocenti. Ma il massacro sembrò non avere mai fine. Graziani decise di eliminare tutta l’intellighènzia etiopica. I tribunali militari divennero macchine di morte, tra febbraio e giugno furono fucilati alti Funzionari governativi, notabili del Governo, intellettuali e giovani Etiopi che avevano studiato all’estero. A marzo Graziani ordinò lo sterminio dei veggenti e dei cantastorie che annunciavano, nelle proprie profezie, la fine dell’occupazione italiana ed il ritorno del Sovrano Haile Selassie I entro cinque anni. Il comandante dei carabinieri in Etiopia Azolino Hazon, nella sua macabra contabilità, annotò nelle statistiche ufficiali del 2 giugno che soltanto i carabinieri avevano passato per le armi 1.501 Etiopi. Ma non è finita qui: il ‘macellaio’ Graziani non ha esitazioni, ordina al generale Maletti di occupare il monastero più importante dell’Etiopia, Debre Libanos, una città conventuale costituita da tremila tucul e due chiese in muratura. Situata ad un passo dal canyon del Nilo Azzurro, nel cuore della regione dello Shoa, è il centro del potere della religione Ortodossa Etiopica. Il convento fu fondato dal Santo Tekle Haymanot nel XIII secolo. Per secoli l’Ecceghiè, il Capo dei monaci Etiopi, è stato scelto fra i religiosi di Debre Libanos. Graziani ordinò a freddo un’autentica spietata razzia, con la volontà di distruggere il centro monastico più celebre d’Etiopia. Il generale Maletti fu esecutore zelante: nella sua marcia verso Debre Libanos bruciò 115.422 tucul, tre chiese ed un convento, uccidendo 2.523 Etiopi, una contabilità da macabro ragioniere. Maletti occupò Debre Libanos il 19 maggio 1937 e subito dopo ricevette un messaggio di Graziani che attestava: “Abbiamo le prove della colpevolezza dei monaci”, e l’ordine: “Passi per le armi tutti i monaci indistintamente, compreso il vicepriore”. I monaci vennero spinti sull’orlo di un crepaccio, schierati su una fila con alle spalle il precipizio, uccisi a colpi di mitragliatrice e gettati nel burrone. Dopo l’eccidio, Graziani non ha un solo ripensamento né dubbi: l’uccisione dei chierici e dei monaci è per il viceré italiano “un romano esempio di pronto, inflessibile rigore…. è stato sicuramente opportuno e salutare…. non è millanteria la mia nel rivendicare la completa responsabilità della tremenda lezione data al clero intero d’Etiopia con la chiusura del convento di Debre Libanos”. Le ricerche sul massacro, secondo le ultime testimonianze ed accertamenti, rivelano che sulle gole del Nilo furono uccisi tra i 1.200 e 1.600 chierici. Moltissimi erano fanciulli e ragazzi, catechisti e diaconi. Come ha giustamente osservato il prof. Angelo del Boca: “Sono stati martiri giovinetti che la cristianità non ricorda e non piange perché africani e diversi”.

Questo ennesimo eccidio divenne un ulteriore detonatore della rivolta etiopica. Nell’estate del ’37 la lotta contro l’occupazione italiana fu generale. Nelle parole del Re dei Re Qadamawi Haile Selassie: “ Ripensiamo con meraviglia e tristezza a tutto quel dolore, a tutto quel fervore. Ricordiamo in particolar modo quella donna che Ci si presentò durante l’ispezione nell’Ogaden, agli inizi della guerra. Portava alla cintura una cartucciera e stringeva in mano un fucile italiano: erano le armi di colui che aveva ucciso suo marito davanti ai suoi occhi, e che poco dopo si era scagliato su di lei sottoponendola a violenze. Tutta l’Etiopia era in quella donna”. Nonostante i suddetti atti compiuti dagli italiani, la lunga serie di aggressioni, la spietata guerra, l’impiego sistematico delle armi chimiche, le nefandezze dei suoi generali, il 5 maggio 1941, di ritorno nella sua capitale Addis Abeba, l’Imperatore Haile Selassie I, prima di accomiatarsi dalla folla in delirio per la gioia e la commozione, pronunciava un lungo discorso in cui coglieva l’occasione per invitare il suo popolo alla tolleranza ed al perdono: “Poiché oggi è un giorno di felicità per tutti noi, dal momento che abbiamo battuto il nemico, rallegriamoci nello spirito di Cristo. Non ripagate dunque il male con il male. Non vi macchiate di atti di crudeltà, come ha fatto fino all’ultimo istante il nostro avversario. State attenti a non disonorare il buon nome dell’Etiopia. Prenderemo le armi al nemico e lo lasceremo tornare a casa per la stessa via dalla quale è venuto” (Selected Speeches, pag. 338).

Il Sig. Alberto Imperiali, partigiano e combattente in Etiopia, testimoniò nel 2001, in occasione della ricorrenza della strage del 19 febbraio 1937: “Io ero presente in Addis Abeba – ho fatto anche le fotografie – quando rientrò Haile Selassie, ed ero anche presente quando entrarono le prime truppe, dette Inglesi, ma erano tutti Sud Africani. Quello che successe in Addis Abeba il 5 maggio 1941 –guardate- non si può raccontare. La gioia di quella gente, di noi che avevamo combattuto, era una cosa mai vista…. Haile Selassie chiese al popolo Etiope di non vendicarsi di tutte quelle cose che erano state commesse contro questo popolo…. Vi dico di non dare ascolto alle chiacchiere e a ciò che hanno scritto i giornali…. in Addis Abeba, all’entrata delle truppe di Haile Selassie non fu torto neppure un capello ad un italiano. Perché quello che aveva detto Haile Selassie fu eseguito da tutti quanti. Nessuno può raccontarmi che un Etiope ha dato uno schiaffo ad un Italiano perché non è vero”.

Nel 1946, il Governo Etiopico presentò alla Conferenza di Pace di Parigi un memorandum che segnalava le seguenti sconcertanti perdite:

Uccisi in azione: 275,000
Patrioti uccisi in battaglia: 76,000
Donne, bambini ed infermi uccisi dalle bombe: 17,800
Massacro del 19 febbraio 1937: 30,000
Patrioti uccisi dalle corti marziali: 24,000
Patrioti morti nei campi di lavoro a causa di privazioni e maltrattamenti: 35,000
Persone morte a causa di privazioni dovute alla distruzione dei loro villaggi: 300,000

TOTALE: 760, 300 esseri umani assassinati