Gli incontri del Negus con Saragat e Colombo

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La visita 35 anni dopo la guerra d’ Etiopia

Gli incontri del Negus con Saragat e Colombo

Saranno intensificati gli scambi – Addis Abeba richiede l’invio di tecnici italiani per lo sviluppo dell’agricoltura e dell’industria – Le vicende dell’ obelisco di Axum

 (Nostro servizio particolare)

Roma, 7 novembre.

Nelle intense conversazioni che Haile Selassie e i suoi collaboratori hanno avuto per tutta la mattinata con Saragat e i ministri italiani, c’è stato un grande assente, l’obelisco di Axum. Non se n’è parlato mai, di comune accordo. Eppure, fino a poco fa, quello stesso obelisco proiettava ombre equivoche, di malumori e di malintesi, nei rapporti tra l’Italia e l’Etiopia. Un argomento quanto mai spinoso e che ha contribuito a ritardare di anni la visita di Stato di Haile Selassie a Roma. Il fatto che ora la faccenda dell’obelisco sia stata accantonata, sta a indicare che Roma e Addis Abeba hanno eliminato deliberatamente e definitivamente gli ultimi residui deteriori, più che altro emotivi, del passato e vogliono guardare con spirito di amicizia alle molte cose che il presente e l’avvenire prospettano, specialmente per quanto riguarda la collaborazione economica.

Tuttavia, per spiegare come si è arrivato a questo cambiamento di indirizzo, occorre ricostruire le vicende diplomatiche che si collegano a quell’obelisco. Di pietra grigia, alto 24 metri e pesante 140 tonnellate, l’obelisco venne sradicato nel 1937 da Axum, la “città santa” dei copti d’Etiopia, e faticosamente trascinato a Roma. Poiché è vecchio di una quindicina di secoli, nel viaggio da Axum a Roma ebbe a subire considerevoli danni. In seguito fu restaurato con molto cemento e “anime” di bronzo a uncino. Infine fu collocato all’inizio della passeggiata archeologica a testimoniare visibilmente la riapparizione dell’impero sui colli fatali di Roma.

Sei anni dopo la fine della guerra mondiale, l’allora sottosegretario agli Esteri on. Brusasca si recò ad Addis Abeba per riallacciare rapporti diplomatici tra l’Italia e l’Etiopia.

L’anno successivo, nel gennaio 1952, venne riaperta l’ambasciata italiana ad Addis Abeba. Non solo negli ambienti della Corte, ma dappertutto, anche negli strati più umili, l’ambasciatore Tacoli trovò sentimenti sinceramente amichevoli nei nostri riguardi.

Fu nel marzo del 1956 che venne firmato un accordo per saldare i conti tra le due parti. Il governo italiano si impegnò a versare all’ Etiopia un po’ più di 16 milioni di dollari e restituire tutti i cimeli storici sottratti nei cinque anni di occupazione italiana: l’obelisco di Axum figurava naturalmente al primo posto.

Le restituzioni avvennero regolarmente, e cominciarono le curiose vicende diplomatiche dell’obelisco di Axum. Stando ai termini dell’accordo, gli italiani avrebbero dovuto portarlo nel porto di Napoli, mentre il successivo viaggio fino ad Axum sarebbe avvenuto a cura e a spese del governo etiopico. Non era però un’impresa da poco. Legittima era l’ipotesi che durante quel lungo viaggio l’obelisco finisse in frantumi; e a parte le difficoltà tecniche, c’era poi la questione della spesa. Ne valeva la pena? Bisogna tener presente che di obelischi come quello che si trova a Roma si ergono a decine ad Axum e dintorni. A un certo punto il governo etiopico fece sapere che era disposto a lasciarci l’obelisco a condizione che noi i pagassimo una certa somma. Roma rispose di sì, avrebbe costruito scuole e ospedali in Etiopia per un importo di 170 milioni. E’ troppo poco, risposero gli etiopi. Il tira e molla si trascinò poi per anni. Da parte italiana si insisteva nel dire che erano disposti a trasportare a Napoli l’obelisco in qualsiasi momento fosse piaciuto al governo etiopico.

Le trattative furono riprese nel 1964 per iniziativa di Addis Abeb:a l’imperatore avrebbe donato l’obelisco all’Italia, e in compenso gli italiani avrebbero costruito opere nell’Etiopia per un importo di circa 2 miliardi di lire. Il governo di Roma fece una controproposta: un oggetto artistico e opere per 500 milioni. Gli etiopi dissero di no. Affermarono che non volevano più rinunciare al loro obelisco, e che subordinavano la visita dell’imperatore in Italia alla restituzione di quel loro monumento.

Per dimostrare la nostra buona volontà, nell’aprile dell’anno scorso il nostro ambasciatore ad Addis Abeba consegnò in forma solenne al sindaco di quella capitale il “Leone di Giuda”, finito in un deposito di Roma dopo essere stato tolto dalla stele per i caduti di Dogali subito dopo la fine della seconda guerra mondiale. In quell’occasione fu deciso di istituire una commissione tecnica italo-etiopica che accertasse la possibilità pratica di rimuovere l’obelisco e di trasportarlo ad Axum.

La Commissione deve ancora riunirsi. Come andrà a finire questa vessante storia? E’ probabile che l’obelisco resti a Roma è che l’Italia costruisca un ospedale o un aeroporto nell’Etiopia. Sarebbe questa la soluzione più ragionevole; è stato infatti calcolato che il trasporto dell’obelisco fino a Napoli costerebbe agli italiani un miliardo di lire, e quello fino ad Axum due miliardi agli etiopi.

Accantonato dunque il grande ingombro dell’obelisco di Axum, vasto è stato il ventaglio di argomenti esaminati nei colloqui di stamani. Haile Selassie si è svegliato molto presto, prima dell’alba, forse a causa dell’età, ma anche della differenza di due ore tra l’ Etiopia e l’Italia. Alle 7 è sceso tutto solo dalle sue stanze e per un ora si è aggirato nei giardini del Quirinale. Sempre solo. Cielo coperto e freddo. Ogni tanto si avvicinava alle ringhiere che si affacciano sul panorama della città, ma più spesso sostava a capo chino come se pregasse.

Più tardi ha indossato un doppiopetto scuro con cravatta e gilet di raso nero e con le autorità principali del suo seguito è andato alla “vetrata” per il secondo colloquio ufficiale con Saragat. E’ durato un paio di ore. L’argomento principale è stato come collaborare insieme per favorire la pace nel mondo, con particolare riguardo al conflitto nel Medio Oriente. Sia pure con alcune differenze, le posizioni dei due governi coincidono.

In seguito sono stati passati in rassegna i problemi che interessano direttamente i due paesi, specie quelli economici. Da parte degli Etiopi, è stato messo l’accento sul loro desiderio di avere dall’Italia crediti a lungo termine a un modico tasso per sviluppare l’agricoltura e l’industria. Così anche, gli etiopi vorrebbero invio di esperti italiani nel loro paese per essere aiutati a progredire sul piano tecnico.

Uscito dal Quirinale, Haile Selassie ha raggiunto Villa Madama per incontrarsi, lui e i suoi più diretti collaboratori, col presidente Colombo e con diversi ministri italiani. Anche qui si è parlato della pace, del Medio Oriente, di intensificazione degli scambi tra i due paesi, della comunità italiana nell’Etiopia. I settori che presentano maggiori possibilità di collaborazione sono la costruzione di strade, di ospedali e di infrastrutture industriali. Da parte italiana è stato ricordato che la nostra economia sta ora attraversando un periodo delicato. Infine, allo scopo di approfondire il problema in modo più particolareggiato, è stato deciso un incontro tra il nostro ministro del Tesoro Ferrari-Aggradi e il ministro delle Finanze Mamo Tadesse.

Sempre nel tardo pomeriggio, Haile Selassie e il suo seguito sono stati ricevuti in Campidoglio. Discorsi molto amichevoli da parte del sindaco e del Negus, e scambio di doni. La seconda giornata di Haile Selassie a Roma si è conclusa con un pranzo di gala che egli ha offerto in onore del presidente Saragat in uno dei maggiori alberghi della città. Gli invitati sono arrivati spruzzo scrosci di pioggia.

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