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Newsletter Febbraio 2014

15 febbraio: passaggio dell'Imperatrice
Itegue Menen Wolete Gyorghis

19 febbraio: Giorno dei Martiri


Saluti regali e pace a voi, fratelli e sorelle che ci leggete.
Il nostro augurio nel salutarvi tutti e nel darvi il benvenuto, ancora una volta, sulle nostre affezionate pagine, è che le benedizioni e la Grazia di Dio Onnipotente risiedano nelle nostre case e nei nostri cuori.
Ben trovati, dunque! Ci accingiamo a scrivere questo editoriale con spirito lieto e grato, non solo per la possibilità, che ci è offerta, di condividere con voi le nostre meditazioni, i nostri propositi, le nostre opere, che preghiamo siano gradite al Re come piccolo tributo per le benedizioni che ci elargisce, ma anche per l’occasione che abbiamo mensilmente, attraverso questo appuntamento, per sentirci legati e uniti da un filo conduttore, che non è, ovviamente, questa newsletter, ma di cui questa newsletter spera di poter essere espressione: il Timore e l’Amore per il - e del - Re dei re, la preghiera, il servizio per InI e la condivisione delle esperienze di livity.

Questa piccola e breve premessa solo per esprimervi la gioia che ogni volta ci circonda quando arriva questo momento, commista alla speranza di fare un buon umile lavoro; ma passiamo alle nostre pagine.

Dopo aver celebrato il santo Genna e il Timqet a gennaio, il mese di febbraio è, come sapete, dedicato alla memoria e alla celebrazione dell’onore e del sacrificio dei combattenti della resistenza etiopi, proto martiri del fascismo, nella seconda guerra mondiale; in particolare, ricordiamo quel nefasto 19 febbraio 1937 - Ye-Sema’etat-Qen, Giorno dei Martiri – che potremmo definire, senza offesa per le vittime dell’Olocausto, il Giorno della Memoria ante-litteram, se è vero com'è vero che appunto gli etiopi sono stati i primi martiri e le prime vittime del nazi-fascismo, che la storia non ricorda.
Come ricorderete, nei due numeri precedenti di febbraio, trattammo l’argomento presentandovi vari contributi relativi al tragico evento: dal Discorso di Sua Maestà Imperiale in occasione dello svelamento del monumento all’Abune Petros, fino all’estratto del diario del giornalista Ciro Poggiali, passando per le testimonianze dello stesso Imperatore, tratte dall’autobiografia, del Sig. Alberto Imperiali, partigiano e combattente della resistenza in Etiopia, e di alcuni patrioti etiopi. Invitiamo chi non avesse avuto la possibilità di leggerli, a richiedere i suddetti numeri al Comitato P.R., tramite l’indirizzo publicrelations@ras-tafari.com, o alla Segreteria.

Quest’anno, prima di trattare questo tema e onorare giustamente i martiri etiopi, vogliamo esordire ricordando che febbraio è anche il mese in cui, nel 1962, moriva la Nostra Imperatrice Itegue Menen Wolete Gyorghis, Sposa dell’Imperatore e sua Compagna di vita, che, nelle parole del Sovrano stesso, fu esempio di dedizione verso i doveri coniugali e familiari, religiosi e sociali.
Per questo motivo in apertura vi presentiamo due contributi inerenti: il primo è il Discorso, tradotto dalla sorella Tseghe Selassie, che il Nostro Sovrano pronunciò in occasione della morte dell’Imperatrice, estratto dai “Selected Speeches”;
il secondo è invece un estratto dell’Ethiopian Mirror del marzo 1962, inviatoci dal fratello Tino che salutiamo e a cui diamo il benvenuto di nuovo dopo qualche tempo su queste pagine, intitolato “Ethiopia Mourns”, che ci fornirà uno spaccato sui sentimenti e le sensazioni che provò l’Etiopia tutta nel piangere la scomparsa della Sua Sovrana.
Possa la Nostra Imperatrice intercedere per InI e per i nostri figli e le nostre mogli e le nostre famiglie presso il Trono del Signore.

Continuiamo ora voltando pagina e passando appunto, come dicevamo in apertura, ad onorare i martiri etiopi, per adempiere anche il dovere di ricordare quella parte di storia che non è stata e non è raccontata:
proprio a tal proposito, il terzo contributo che vi presentiamo, ancora una volta della sister Tseghe, è un estratto da “Documents on Italian war crimes submitted to the United Nations War Crimes Commission by the Imperial Ethiopian Government”, pubblicato dal Ministero della Giustizia nel 1950. Si tratta, nello specifico, della testimonianza di Dejazmach Rosario Gilagzi, in merito al giorno del famoso attentato al macellaio Graziani e alla crudele rappresaglia dei giorni successivi; è un contributo molto interessante, non fosse altro per il fatto che questi Documenti furono pubblicati per volere dell’Imperatore, e sono tuttora poco noti.
Proseguiamo ancora con una seconda testimonianza diretta del periodo.
La sister Valentina anche questo mese ci ha inviato il suo contributo, che ci accompagnerà anche per i prossimi mesi a seguire; ci propone, infatti, la prima “puntata”, il primo estratto dell’intervista che lo storico Angelo del Boca fece, nel 1960, a Ras Immirù Haile Selassie, cugino e amico dell’Imperatore, il quale ebbe un ruolo importante nel conflitto italo-etiopico; l’intervista, come ci segnala la sorella Valentina, descrive le operazioni militari, la resistenza e i metodi italiani, ed è una testimonianza storica diretta che riguarda un periodo in cui la storiografia italiana è ancora impregnata di propaganda e ignoranza.
Il terzo contributo tematico che troviamo adesso, invece, può essere considerato una summa storica dei tristi eventi dell’epoca: salutando il fratello Ras Donato, che esordisce su queste pagine, vi presentiamo il suo articolo “Crimini di guerra fascisti in Etiopia all’attenzione della comunità internazionale”, dal quale avremo modo di approfondire, anche con il supporto di fonti autorevoli, le brutalità e i crimini commessi dagli italiani in territorio africano, e come ciò ancora abbia influenza su avvenimenti attuali.
L’ultima testimonianza che riportiamo, relativa a quel giorno di febbraio, ci perviene dal nostro caro Presidente, che ci ha inviato, in traduzione, un altro estratto da “Contemporary Ethiopia” di David A. Talbot, del 1952; dal capitolo “Ethiopia’s Red Letters” avremo modo di conoscere e capire come fosse, allora come ora, vissuto questo giorno di memoria e ricordo in Etiopia, nelle sue case e chiese e piazze.

Per terminare questa seconda parte della nostra newsletter, che si rivela sempre più interessante e densa, gli ultimi due contributi connessi al mese di febbraio e al tema della guerra: il primo è la traduzione del Discorso che il Leone di Judah pronunciò in occasione della fondazione della Scuola Tecnica per forze di terra a Guenet, estratto da “Important Utterances of H.I.M.”; l’Imperatore, rimarcando la forza e il coraggio che hanno sempre contraddistinto le milizie imperiali, sottolinea l’importanza del progresso tecnico anche per quanto riguarda in particolar modo l’apparato di difesa, cui l’uomo, per natura pacifico, ha dovuto esercitarsi per difendere la pace e assicurare la prosperità.
Il secondo è l’ormai consueto “diario di viaggio” che ci permette di seguire gli impegni e gli spostamenti del Re dei re nello svolgimento dei suoi doveri: parliamo dell’AllManAct, inviatoci sempre da Ras Isi, che questa volta riguarda il mese di febbraio del 1969, estratto dalla rivista “Sestante” dello stesso anno.

Ringraziando tutti i fratelli che ci hanno inviato questi primi contributi, chiudiamo i primi due paragrafi di questa newsletter e, cambiando argomento, passiamo ad altri eventi che hanno segnato e segneranno questo mese.
Avviandoci piano piano alla conclusione, abbiamo ancora tempo di presentare un terzo discorso, quello che Sua Maestà pronunciò in occasione della Fiera dei Libri Etiopici, inaugurata nel corso dell’Anno Internazionale del Libro promosso dall’UNESCO, nel 1972: si tratta di un discorso che ci è piaciuto condividere poiché, ancora una volta, rimarca l’importanza dei libri e dell’educazione, che deve essere considerata cifra della crescita, del progresso e del benessere di un popolo e dell’umanità tutta.

Prima di passare definitivamente alla sezione degli aggiornamenti che riguardano le attività in cui i nostri fratelli e sorelle sono, a diverso titolo, impegnati, è tempo di fermarci nei corner dei nostri Ras Gabriel e Ras Julio, che anche questo mese ci hanno inviato i loro approfondimenti culturali:
nel corner dedicato ai francobolli di epoca imperiale, Ras Gabriel ci presenta uno studio sulla serie di 5 francobolli stampati per il V Anniversario della Liberazione;
ci attende poi Ras Julio con i suoi consigli sull’alimentazione Ital, che possiamo condurre, stagionalmente, e che dobbiamo curare con attenzione se vogliamo mantenerci sani, energici, entusiasti, positivi e vitali… Let food be InI medicine!

Ringraziando anche i nostri due fratelli, le cui rubriche sono due colonne portanti dell’appuntamento mensile targato F.A.R.I., passiamo a qualche notizia di attualità: siamo felici di comunicarvi che, sebbene sia stato nel mese di ottobre scorso che la Chiesa e la Comunità etiopica di Roma hanno celebrato l’anniversario di 20 anni dalla fondazione, nei giorni 18\19 e 25\26 gennaio, e 1\2 febbraio, la comunità ha organizzato vari incontri e anche una mostra alla quale ha partecipato anche il fratello Ras Isi, con il materiale da lui prodotto negli anni passati, di cui avremo modo di conoscere i dettagli e riscontri nel prossimo numero di marzo.
Spostandoci invece sul fronte dei viaggi in Etiopia, due belle notizie, una di partenze e un’altra di ritorni: è appunto partita, ora che ci leggete, per l’Etiopia da qualche giorno una delegazione di fratelli, cui si è aggiunto da poco anche Ras Julio, in missione per l’associazione YOW e per il progetto, che tutti conoscerete, Youths of Shasha.
Dopo l’esperienza negli Stati Uniti, dove Ras Tewelde e Bro Emanuele sono stati per promuovere il docu-film “Youths of Shasha, the Movie”, la missione continua in mamaland, per definire gli spazi e i dettagli finali, per partire con le attività del Centro musicale a Shasha, mentre l’impegno sul territorio non si ferma.
Salutando gli Idren in Etiopia, che speriamo possano leggerci, vi informiamo che dall’Etiopia sono appena tornati i nostri fratelli Ras Iyared e Sis Makeda, che, tra i vari incontri importanti ed interessanti fatti, si sono recati anche nel centro Yawenta, che InI FARI supporta ormai da anni, per portare e consegnare il materiale raccolto durante i giorni e le settimane precedenti la loro partenza, avvenuta alla fine di dicembre.
Nel report che la sister ci ha inviato, arricchito da qualche foto, potremmo leggere i dettagli dell’incontro che i nostri hanno avuto con i fratelli che gestiscono ora il centro e con i bambini lì curati.

Siamo così, con questo ultimo contributo, giunti alla fine dell’editoriale di febbraio 2014; nella speranza di non avervi annoiato e non avervi trattenuto troppo, vi salutiamo e vi auguriamo un mese prospero e gioioso, nella Luce e nella Grazia di Sua Maestà Imperiale l’Imperatore Haile Selassie I.
Ringraziamo ancora una volta tutta la redazione e coloro i quali hanno collaborato alla stesura di queste pagine; possa questo lavoro essere un minimo tributo alle benedizioni che il Re ci elargisce gratuitamente e in abbondanza. Ringraziamo chi ci legge con attenzione, e ricordiamo che, per ricevere info, richiedere numeri precedenti, inviare feedback o proporre contributi, la mail alla quale rivolgersi è publicrelations@ras-tafari.com. Possano le nostre lodi essere a Lui gradite; possano lo spirito e l’orgoglio dei nostri padri combattenti ispirarci a propositi sempre più alti, con fermezza e consapevolezza. Possa il Signore tenerci uniti, insegnarci il Suo Timore che è principio di sapienza, e non farci mancare il Suo Amore, fonte di ogni grazia.
Kibir-le Amlak-e Abewine Qadamawi Haile Selassie.

Bro Viktor Tebebe

SALMO

Salvami, Egziabher, dal malvagio,
proteggimi dall'uomo violento,
da quelli che tramano sventure nel cuore
e ogni giorno scatenano guerre.
Aguzzano la lingua come serpenti;
veleno d'aspide è sotto le loro labbra.
Proteggimi, Egziabher, dalle mani degli empi,
salvami dall'uomo violento:
essi tramano per farmi cadere.
I superbi mi tendono lacci
e stendono funi come una rete,
pongono agguati sul mio cammino.
Io dico a Egziabher: «Tu sei il mio Amlak;
ascolta la voce della mia preghiera».
Egziabher, mio Dio, forza della mia salvezza,
proteggi il mio capo nel giorno della lotta.
Egziabher, non soddisfare i desideri degli empi,
non favorire le loro trame.
Alzano la testa quelli che mi circondano,
ma la malizia delle loro labbra li sommerge.
Fa' piovere su di loro carboni ardenti,
gettali nel bàratro e più non si rialzino.
Il maldicente non duri sulla terra,
il male spinga il violento alla rovina.
So che Egziabher difende la causa dei miseri,
il diritto dei poveri.
Sì, i giusti loderanno il Tuo Nome,
i retti abiteranno alla Tua Presenza.
Selah.




Sommario:

Discorso di S.M.I. Haile Selassie I in occasione del passaggio dell'Imperatrice Menen

Ethiopia Mourns

Il massacro di Graziani

Intervista a Ras Immirù Haile Sellase
(I° parte)


I crimini di guerra fascisti in Etiopia
all'attenzione della comunità internazionale


Sulla percezione del popolo Etiopico rispetto alla ricorrenza del “Giorno dei Martiri”(19 Febbraio 1937)

Scuola tecnica per le forze di terra

ALL MAN ACTS
Brevi Cronache Sommarie del Regno del Figlio dell’Uomo


Alla fiera dei libri Etiopici

5° Anniversario della Liberazione

Let food be your medicine...

Report: Yawenta center



Discorso di S.M.I. Haile Selassie I in occasione del passaggio dell'Imperatrice Menen


Siamo soddisfatti del discorso che il nostro Primo Ministro ha pronunciato ieri per conto dei Nostri Ministri e del Nostro Popolo riguardante la scomparsa di Sua Maestà Imperiale Itegue Menen in cui ha adeguatamente descritto la sua gentilezza e virtù.

Tutti voi la conoscevate bene, ma lei è stata più intimamente conosciuta da me. Lei era devotamente religiosa e non ha mai perso la sua fede anche in tempi di avversità. Durante i giorni memorabili della nostra relazione non abbiamo mai avuto divergenze tali da richiedere l'intervento di altri. Come Sara era con Abramo, così lei mi era obbediente. I nostri desideri sono stati condivisi fino a quando siamo stati separati dall'Onnipotente. Il suo contributo per il bene dei giovani, degli anziani e dei bisognosi non richiede nessuna testimonianza perché è maggiore di pensieri e parole .

Siamo stati estremamente contenti di vivere abbastanza a lungo nella perfetta unione che ci ha permesso di vedere (crescere) la nostra prole, i nostri nipoti ed i nostri pronipoti. Siamo grati all'Onnipotente per averci garantito un'unione così lunga ed ininterrotta che non è molto comune nel mondo di oggi . Non ci potrebbe essere nessuna preghiera più profonda per me da pronunciare.

Nonostante i nostri massimi sforzi per salvare la sua vita nel tempo della sua malattia, è stata raggiunta dal destino di Adamo ed è venuta a mancare.

Non possiamo sfidare l'Onnipotente, né possiamo permetterci di essere oziosi. Ora che il tempo del lutto è giunto al termine, il pubblico ed i nostri funzionari devono svolgere i loro doveri. Poiché l'ozio è dannoso per il benessere della nazione, a partire da lunedì ognuno dovrà tornare al proprio lavoro.

Un gran numero di persone sono giunte dalle Province per partecipare al nostro lutto. Poiché non desideriamo che loro continuino per non interrompere la vita normale, sarebbe meglio per loro inviare due o tre rappresentanti con lettere.

Siamo profondamente toccati dalle espressioni di dolore sia da parte del Nostro popolo che da parte delle comunità straniere.

Questa non è la prima volta che il Nostro popolo si è unito a noi nel Nostro lutto. Quando il Nostro amato figlio, il principe Makonnen, venne a mancare ha espresso il proprio dolore in misura non minore di Noi stessi. Ha anche contribuito di propria spontanea volontà ad erigere un monumento in suo onore.

Preghiamo che l'Onnipotente vi ricompenserà per le vostre azioni.

Quando Itegue era malata il pubblico generale, seguendo gli eventi attraverso la radio, ha condiviso la Nostra ansia. Ai medici ed ai suoi inservienti personali siamo debitori per la loro instancabile assistenza. Possano queste lacrime che abbiamo versato essere accettate da Dio come prezzo per la pace in Etiopia e nel mondo.

Sis Tseghe Selassie

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Ethiopia Mourns



Il trapasso di Sua Maestà l’Imperatrice Itegue Menen è stato un colpo micidiale per la nazione, e questa incalcolabile sventura ha causato indicibile tristezza e dolore tra tutti gli Etiopi così come tra persone vicine e lontane.

L’Africa ha dato i natali a molti grandi, ma difficilmente vi sono stati dei paralleli alla vita di questa nobile Eroina nella storia dell’Africa. Una vita, dedicata particolarmente all’amorevole gente del Paese e alla gente del continente in generale, è ora giunta al termine; I suoi eccezionali servizi umanitari dovrebbero senza dubbio essere scritti con lettere d’oro nelle pagine della storia. Non fu solo un’Imperatrice che conduceva una vita appartata nel palazzo lontana dal popolo; nel costruire Chiese, scuole ed enti per servizi sociali, la defunta Itegue Menen ha voluto servire il popolo, invece di esigere servizi dal popolo. Infatti, gli eterni monumenti del suo servizio (alla nazione, ndt) sono sparsi per tutta la nazione che le persone, anche nelle parti più remote, hanno avuto una parte del suo contributo alla causa umanitaria.

Sua Maestà Imperiale Itegue Menen nacque nel 1891 da Jantar Asfaw e Woizero Zehin Mikael, figlia di Ras Mikael della provincia del Wollo.

Educata direttamente dai genitori, iniziò a studiare l’amarico all’età di cinque anni. L’ambiente regale che la circondava non la indusse ad affrontare le cose con superficialità; molto studiosa, quale fu, acquistò padronanza della lingua in breve tempo.

La sua superba intelligenza insieme al suo straordinario interesse in ambiti religiosi venne subito notato. Non fu contraria alla modernizzazione, ma fu particolarmente rispettosa dei costumi e delle tradizioni del suo paese.

Lei fu una vera gemma che brillò splendente quando si sposò con Sua Maestà Imperiale Haile Selassie I il 13 luglio 1911.

Da questa felice unione nacquero tre figli e tre figlie, dei quali sopravvissero solo due maschi e una femmina.

Se, da giovane, lei fu una sorella per ogni Etiope, con il raggiungere la maternità, divenne la madre di tutti gli Etiopi. Mentre era attivamente impegnata a rendere soccorso ai bisognosi e in generale ad elevare la sorte del popolo, si interessava particolarmente della sorte delle donne Etiopi. Organizzò “ the Ethiopian Women’s Walfare Association” il quale è oggi il maggiore istituto del suo genere in Etiopia; la sua morte non è stata pianta solo dagli Etiopi ma anche da molti altri in tutto il mondo. I calorosi tributi a lei pagati durante varie cerimonie commemorative e da molti giornali, in e fuori dall’Etiopia, sono la testimonianza che il bene fatto dalle persone non viene dimenticato dopo di loro.

Questa sensazione di perdita, a livello mondiale, per la sua tragica morte è data dal fatto che la costante luce che la deceduta Imperatrice Menen diffondeva sulle questioni dell’Etiopia era come la luce di una stella – discreta, ma sempre affidabile.

“Lei non fu come alcune persone che splendono per un breve periodo come una meteora o una stella cometa, richiamando su di loro l’attenzione pubblica, e quindi passano senza lasciare duratura influenza su alcuno.”

Non è possibile raccontare qui, in uno spazio limitato, tutto il bene che la defunta Imperatrice fece. Il fatto stesso che la sua morte è considerata una perdita personale da ogni cittadino sell’Impero, mostra che la sua vita ha, direttamente o indirettamente, toccato la maggior parte delle persone nel paese – un servizio per cui non esiste alcuna espressione di gratitudine sufficiente.

Per la Chiesa Etiopica, il suo decesso è stato un duro colpo. Nessuna donna nella storia della nazione si è occupata così tanto delle faccende della Chiesa, come la deceduta Itegue Menen. Se non fosse stato per la sua fede assoluta in Yesus Krestos, molte delle Chiese che si trovano nel paese non sarebbero state costruite. La sua fede in Dio fu così grande, che lei pregò per la liberazione dell’Etiopia dall’invasione fascista offrendo la sua preziosa corona ai piedi di Dio. Sembrerebbe incredibile, ma lo fece, e quando rientrò con Sua Maestà Imperiale (Haile Selassie, ndt) nel paese, dopo la liberazione, era un’Imperatrice senza corona.

Un glorioso capitolo nella storia dell’Etiopia è giunto al termine con la scomparsa della Sua Maestà Imperiale. La perdita non è stata meno significativa per Sua Maestà Imperiale, il quale è stato privato della sua consorte dalle mani della morte; che ciò sia avvenuto dopo i festeggiamenti per le nozze d’oro delle Loro Maestà è la cosa più triste. Ma Sua Maestà Imperiale, che ha ricevuto messaggi di condoglianze da tutte le parti del mondo, si consola ringraziando Dio Onnipotente per tutto ciò che Ella fece per Lui.

Lei era chiamata Madre di una Nazione
E questo era un nome ben meritato.
Lei si sentiva veramente la madre di tutto il popolo Etiope.
Ma dove il suo sentimento materno si mostrava di più era in presenza dei bambini,
che venivano accarezzati e baciati da Lei.
L’espressione del volto di Sua Maestà imperiale era spesso severa,
ma non con i bambini.
Sorrideva loro, il suo volto si illuminava di piacere di vederli
e appariva felice.
Si scorderanno mai, questi bambini, di essere stati baciati
dall’Imperatrice d’Etiopia?



TRATTO DA ETHIOPIA MIRROR VOLUME 1 n. 3 MARZO 1962

Bro Tino

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Il massacro di Graziani


Estratto dall'Atto numero 10

Il più grande crimine commesso dagli Italiani in Etiopia è stato probabilmente il cosiddetto massacro di Graziani. Dopo un attentati alla vita di Graziani nel 19 febbraio 1937 da parte di due giovani Etiopi, gli Italiani reagirono violentemente ed indiscriminatamente in tutto il Paese, come appare dal seguente documento.

Io sottoscritto Dejazmach Rosario Gilagzi, età 51 anni, professione Capo Archivista in pensione, indirizzo Via Napoli 37, Asmara, con la presente presto il mio giuramento e dichiaro quanto segue:

Ero presente il 19 febbraio 1937 quando Graziani intendeva distribuire elemosine al Palazzo. Alle 8 del mattino mi recai lì con il Dejazmach Haile Selassie Gugsa. La prima persona che vidi era il Sindaco Palavecino e gli presentai Haile Selassie Gugsa.

Palavecino mi chiese di portare Haile Selassie Gugsa da Marciano, un interprete ufficiale Italiano, che avrebbe dovuto presentare Haile Selassie Gugsa a Graziani, con il quale Haile Selassie Gugsa voleva complimentarsi. Dopo che la presentazione ebbe luogo ero stanco. Vedevo le persone fuori del Palazzo che aspettavano di ricevere le elemosine, ma mi recai con un amico, Kidane Abraham, e con il Dottor Ricoveri, in un altro angolo del Palazzo.

Stavamo parlando dell'Eritrea quando, all'improvviso, sentimmo un'esplosione. Questa deve aver avuto luogo subito dopo le 13 (1 p.m.), dato che vedemmo gli aerei appena decollare, che di solito partivano alle 13. Quando sentimmo quell'esplosione pensammo che si trattasse di un colpo di pistola, così presumemmo che la celebrazione fosse terminata e ci incamminammo verso il posto. Riscontrammo una grande agitazione, perché alcune persone correvano verso il Palazzo, mentre altre cercavano di uscire dal complesso del Palazzo. Il mio capo, Conte De la Porta, mi ordinò di uscire con alcuni preti Etiopi e tentammo di raggiungere il Cancello Nord; ma quando arrivammo i soldati Italiani erano lì appostati e ci fermarono. I soldati Italiani ci dissero che avevano l'ordine di sparare ogni Etiope che cercava di uscire attraverso il cancello, così dovetti ritornare indietro con i preti e li rinchiusi nella cantina sotto alcuni uffici vicini ed ordinai ad alcuni inservienti di cercare lì protezione ed io presi posizione insieme al soldato Italiano di sopra. Dopo arrivarono soldati con armi e bombe a mano in cerca di Etiopi in tutto l'edificio. I preti e gli inservienti erano nascosti, e riguardo a me il soldato spiegò: “Lui è un Eritreo. E' venuto in servizio e non deve essere importunato.” Mentre mi stavo prendendo cura dei preti sentii sparare fuori l'edificio del Palazzo: le macchine correvano di qua e di là, le persone scappavano, mitragliamenti, c'era un gran disordine – gli Etiopi che fuggivano dagli Italiani e gli Italiani che fuggivano dagli Etiopi. Gli Italiani apparentemente sospettavano che i ribelli si erano diretti in città. Era stato detto in precedenza che Ras Desta avrebbe minacciato la città e che i patrioti Etiopi sarebbero arrivati ed avrebbero ucciso ogni Italiano.

Rimasi a Palazzo fino alle 16. Alle 16 alcuni ascari arrivarono e mi portarono al Ghebbì, dove Conte De a Porta arrivò con il Capitano Bechis. Dopo portai i preti dalla cantina in una grande stanza nel Palazzo. Fu emanato l'ordine che chiunque fosse uscito dal Palazzo senza un permesso scritto doveva essere fucilato. Prima dell'attentato a Graziani esisteva un ordine permanente ufficiale conosciuto dagli Italiani che prevedeva che, se i ribelli entravano in città, ogni Etiope doveva rimanere nella propria casa; chiunque veniva trovato circolare per le strade doveva essere sparato.

Della Porta e Bechis mi condussero in una macchina ed andai con loro al quartier generale dei fascisti, perché De la Porta, che era un fascista, aveva ricevuto l'ordine di recarvisi. Lì incontrammo il Segretario Federale Guido Cortese, ed un buon numero di fascisti era presente. Cortese si indirizzò a loro dicendo: “Camerati, oggi è il giorno in cui dobbiamo dimostrare la nostra devozione al nostro Vicerè reagendo e distruggendo gli Etiopi per tre giorni. Per tre giorni vi do carta bianca nel distruggere, uccidere e fare tutto che vorrete agli Etiopi.”

Uscirono ben forniti di armi ed iniziarono il loro lavoro. Le persone che non erano state arrestate dai carabinieri e che venivano trovate nelle loro case o nelle strade vennero uccise. Andai insieme a De la Porta ed Avolio, direttore superiore degli affari politici di tutta l'Est Africa, in macchina, e vidi con i miei stessi occhi bruciare case e sentii gli Italiani gridare “civiltà italiana”. Vidi alcuni giovani ragazzi uscire dalle case in fiamme ma gli Italiani li spinsero indietro nel fuoco. Successivamente andammo al lato ovest della Città al Ponte Habte Ghiorghis. Da quel ponte vedemmo i soldati distruggere case ed uccidere persone. Nella parte occidentale non una singola casa venne bruciata. La Legazione Americana riunì tutti i suoi vicini nel suo complesso. Un maresciallo dei carabinieri (al quale non era piaciuto l'ordine di Cortese) ci fermò sul ponte, dicendo: “Non voglio nessun aiuto dalle camicie nere, farò da solo.” Da lì andammo all'ex Legazione Belga dove Avolio viveva e dopo a casa di De la Porta alla fine della strada chiamata Duca di Harar. In questo viaggio vedemmo bruciare case. Ricordare tutto è difficile perché persi quasi i miei sensi nell'assistere a quello che stava accadendo.

Il giorno seguente, Sabato, gli Italiani continuarono a bruciare case di piccole dimensioni. Sulle case più grandi scrissero i loro nomi per appropriarsene. Abbattevano le porte e iniziavano a saccheggiare. Non riuscivano a trovare una singola persona da uccidere; le persone che non erano state uccise o furono arrestate o fuggirono. Dissero che era “igienico” distruggere case di piccole dimensioni così continuarono a distruggere tutto. Durante il giorno non mi fu possibile uscire, ma durante la notte uscii con De la Porta in macchina. Circa alle 6 .30 del pomeriggio vedemmo fiamme dalla benzina quando cercarono di incendiare la Cattedrale di San Giorgio. Le finestre si ruppero per il calore, ma l'edificio resistette.

Il giorno seguente, Domenica, cercarono di bombardare la Cattedrale, ma la sera dello stesso giorno fu ricevuto l'ordine da Graziani di fermare tutto e così quell'ordine non fu eseguito. Graziani inviò un messaggio che diceva: “Per grazia di Dio mi sento bene. Arrestate le ostilità.” Venerdì sera fui chiamato a Palazzo dal presidente della Corte Militare, il Generale Olivieri, per fare da interprete. Le persone che vennero portate di fronte alla corte furono fucilate.; in seguito venni a conoscenza che 62 persone furono uccise. Mi chiesero cosa pensavo dell'attentato contro Graziani ed io risposi: “E' un atto compiuto da alcune persone, ma non si tratta di una congiura del popolo, e per questo non avreste dovuto punire il popolo in massa.” Questo dissi a Carlo Avolio e Gerardo De la Porta. Quando fui chiamato come interprete dal Generale Olivieri, questi iniziò a chiedere ad uno dei prigionieri, Mesfin Kalema Work, se era lui l'uomo che aveva inviato un telegramma alla Lega delle Nazioni, dicendo che gli Etiopi avrebbero formato un governo a Gore. E Mesfin Kalema Work disse che era lui. Olivieri gli chiese come avrebbe potuto farlo, dato che gli Italiani avevano occupato Addis Abeba e gli chiese dove si trovavano i suoi seguaci. Dissi ad Olivieri: “ Sono venuto qui ad assistere all'inchiesta sull'attentato a Graziani. Se chiederai cosa è avvenuto prima di questo non ti aiuterò, e sei non sei soddisfatto del mio lavoro andrò via.” E tornai a casa di De la Porta.

Domenica mattina fui mandato a Palazzo per unirmi ad un comitato per investigare sui responsabili dell'attentato. Alcuni Etiopi furono selezionati:


Lij Likaunt Gabrè-Ab, presidente,
Negeras Wodajo Ali,
Blatta Ayele Gabrè,
Ato Berhane Markos,
Bejirond Feccrè Selassie.

Il compito del comitato era quello di individuare chi lanciò le bombe, e scoprimmo che erano stati due uomini: la prima bomba fu lanciata da Abraham Debotch, la seconda da Moghes Asghedom. Questi ultimi scapparono ma furono uccisi in seguito durante alcuni combattimenti di patrioti.

Riportai soprattutto le parole di Cortese; scoprii in seguito che fu Graziani stesso a dare l'ordine di carta bianca per tre giorni, e sentii anche dire che Graziani a sua volta aveva ricevuto l'ordine da Mussolini. I miei superiori Avolio e De la Porta me lo dissero.

Venerdì, quando furono lanciate le bombe a Graziani, qualcuno inviò un telegramma a suo nome. La risposta arrivò sia Venerdì sera che Sabato mattina, confermando l'assassinio. Non aspettarono, tuttavia, la risposta di Mussolini.

Avolio e De la Porta andarono di Venerdì da Petretti che era un vice di Graziani. Li seguii in macchina da Petretti; ma io e De la Porta rimanemmo fuori. “Staremo a vedere cosa farai”, Avolio disse a Petretti; e Petretti riferì a Graziani in ospedale. Sono a conoscenza del fatto che Petretti andò da Graziani perchè Petretti lo disse ad Avolio e quest'ultimo me lo raccontò. Andammo un'altra volta, di Sabato, da Petretti. Sia Venerdì che Sabato volevamo scoprire cosa aveva detto Graziani, ma Petretti rispose solo:” Questi uomini sono barbari e niente può essere fatto.”



Estratto da “Documents on Italian war crimes submitted to the United Nations War Crimes Commission by the Imperial Ethiopian Government” – Vol. II Published by command of His Imperial Majesty – Ministry of Justice , Addis Ababa, 1950.

Sis Tseghe Selassie

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Intervista a Ras Immirù Haile Sellase
(I° parte)


Rilasciata nel 1960 ad Angelo Del Boca
In «Da Mussolini a Gheddafi. Quaranta incontri», Neri Pozza Editore, 2012

Quando ho la fortuna di incontrarlo, il 13 aprile 1960, nella sua modesta abitazione di Addis Abeba, in cima a una collina nel quartiere di Arada, ras Immirù Haile Sellase ha ormai settantatré anni. È un uomo di bassa statura, con il viso tondo e bonario, gli occhi chiarissimi, quasi celesti, i capelli bianchi, a raggiera, come quelli di Einstein.

Mi riceve nella sua stanza di lavoro, dopo aver preso congedo dall’Abuna, indossa un doppiopetto color fumo di Londra e sulla camicia candida porta una cravatta nera. Gli italiani degli anni Trenta, che se l’erano visto dipingere come un tiranno avido e crudele dal segretario del Partito nazionale fascista, Achille Starace, faticherebbero non poco a riconoscerlo in questo personaggio compito, garbato e sereno, che vive ormai nella leggenda. Ha accettato di rispondere alle mie domande sul ruolo da lui svolto nel confitto italo-etiopico del 1935-36, e lo fa con una modestia che incanta e con una precisione e imparzialità che stupisce. Quattro ore di racconto, rotto soltanto da una tazza di caffè, e poi, alla fine, conclude: «Ci siamo piegati davanti ai carri armati, agli aeroplani, ai gas. Non avevamo scampo. Ma ormai è acqua passata. Oggi è tornato il sereno. Vede, gli italiani sono qui, a migliaia, e sono nostri amici».

Osservo questo personaggio che si differenzia nettamente dagli altri esponenti dell’oligarchia negussita, non soltanto per le sue doti di coraggio e di probità, ma per la sua visione di una società etiopica più avanzata, giusta e democratica. Un personaggio, Ras Immirù, che nel 1973 avrebbe regalato tutte le sue terre ai contadini e avrebbe fatto pressioni sull'imperatore Hailé Selassiè affinché imboccasse la via delle vere riforme.

Forse nessuna amicizia è durata tanto a lungo come quella fra l’ultimo imperatore d’Etiopia e suo cugino, ras Immirù Haile Sellase. Nati entrambi nel 1892, in un villaggio non lontano da Harar, sono cresciuti insieme — come ricorda l'imperatore nella sua autobiografia — quasi fossero stati gemelli1. Dal casato illustre avrebbero tutti i privilegi e gli onori: l'opportunità di formarsi culturalmente, di apprendere le lingue straniere, di affinarsi nell’arte del comando, di frequentare la corte del grande Menelik. Germogliata nella prima infanzia, l’amicizia fra i due aristocratici scioani sarebbe durata un’intera e lunga esistenza: ottant'anni. Un’amicizia che sopravvive anche quando il destino avrebbe collocato Hailé Selassiè sul trono di Salomone e Ras Immirù in una posizione subalterna. Un’intesa che resiste anche quando i due uomini si sarebbero fatti portatori di filosofie politiche diverse, rivelando una differente visione dei metodi da adottare per far uscire l’Etiopia dalla notte medievale. Una fraternità che non viene neppure scalfita quando forze eversive, nel 1960, ma anche prima, avrebbero cercato di mettere l’uno contro l’altro.

Una simpatia reciproca che passa indenne attraverso ottant'anni di congiure di palazzo, di colpi di Stato abortiti, di rivoluzioni mancate. E quando, infine, gli uomini del DERG2 avrebbero spazzato via la monarchia millenaria con tutte le sue strutture arretrate, sarà ancora Ras Immirù a confortare l'Imperatore deposto, ad accompagnarlo fuori dal palazzo imperiale, a seguirlo sino alla Volkswagen blu che 1o condurrà in prigione.

Pur con alti e bassi, e alcune pause dovute alla reclusione in Italia e agli incarichi diplomatici all’estero, Ras Immirù avrebbe svolto nei confronti del Sovrano un ruolo di confidente e di consigliere, comunque sempre improntato alla massima lealtà. Ciò non significa, necessariamente, che Hailè Selassiè lo ascoltasse sempre e che facesse tesoro dei suoi suggerimenti. Più volte, anzi, di fronte a scelte di capitale importanza, l’Imperatore ignora i consigli del cugino e agisce in senso contrario. Al radicalismo di Ras Immirù avrebbe sempre contrapposto un riformismo estremamente cauto, persuaso che l’Etiopia debba uscire dal suo sottosviluppo senza traumi né scosse violente.

Prima di cimentarsi come soldato, Ras Immirù si è distinto anche come amministratore, governando con raro equilibrio e fermezza una regione estremamente complessa e turbolenta come il Goggiam. Si è anche imposto come uomo di diritto, difendendo nel 1930 la prima Costituzione etiopica, elaborata da Tecle Hawariate, dagli assalti di alcuni aristocratici che si battevano per conservare intatti i loro privilegi. Ma dove eccelle è nel campo militare. Nel periodo 1935-36, quando l’Etiopia viene aggredita da Mussolini, il Ras scioano rivela doti insospettabili di comandante e di stratega, qualificandosi come il miglior generale dell’Impero e anche il più fortunato. La sua offensiva contro il campo trincerato di Adua-Axum, e contro le stesse basi italiane di rifornimento in Eritrea, condotta con truppe raccogliticce, male armate e in parte inaffidabili, non soltanto toglie il sonno a Mussolini, ma costituisce il solo esempio di tattica vincente in una guerra dove, per tradizione e per motivi di prestigio, alla guerriglia si preferisce la battaglia campale, facendo cosi il gioco dell’avversario, già di gran lunga più forte3.

Il nostro colloquio comincia proprio con la testimonianza di Ras Immirù sull’inizio del conflitto italo-etiopico: «Poco dopo lo scoppio delle ostilità con l’Italia, ricevetti dall’Imperatore l’ordine di portarmi con i miei uomini nello Scirè e, possibilmente, alle spalle di Adua. Il chitet aveva fruttato nel mio governatorato venticinquemila uomini; diecimila li aveva raccolti il degiac Ajaleu Burrù nei suoi domini e altri cinquemila li avevano radunati alcuni capi minori. Potevo cosi contare su quarantamila soldati, ma il grosso delle forze, che aveva come base di partenza Debra Marcos e la regione del lago Tana, avrebbe dovuto compiere più di cinquecento chilometri per portarsi al fronte. Fu una marcia difficile ed estenuante, che durò settimane e settimane. All’inizio di dicembre, poco prima che raggiungessimo Dabàt, fummo sorpresi dagli aerei italiani e sottoposti a un violentissimo bombardamento. Era la prima volta che ciò accadeva e il trambusto fu tale che, quando tornò la calma, mi accorsi che il degiac Ghessessè Belau aveva fatto dietrofront ed era tornato con i suoi uomini armati nel Goggiam. Non fu, del resto, la sola diserzione che dovetti lamentare; senza contare il fatto che non potevo fare alcun affidamento sui diecimila uomini di Ajaleu Burrù, che sapevo in trattative con gli italiani per passare dalla loro parte, e che nei consigli di guerra non portava che disfattismo. Così, quando giunsi ai guadi del Tacazzè, potevo contare all’incirca sulla metà degli uomini con i quali ero partito». Le avanguardie di Ras Immirù attraversarono il Tacazzè nella notte fra il 14 e il 15 dicembre. Erano truppe regolari, istruite da una missione belga. Indossavano una divisa color kaki ed erano dotate del miglior armamento (mitragliatrici pesanti e leggere, fucili Mauser, mitra di fabbricazione belga, bombe a mano). Dopo aver attraversato il fiume ai guadi di Mai Timchet di Addi Aitiabeb, prendevano contatto con il Gruppo Bande del maggiore Luigi Criniti, li accerchiavano nella stretta di Dembeguinà e, per quanto gli italiani fossero appoggiati da uno squadrone di carri veloci al comando del capitano Crippa, li decimavano. Quando, a sera, il combattimento si spegneva, sul campo erano rimasti, fra morti e feriti, nove ufficiali e ventidue soldati italiani e ben trecentosettanta ascari eritrei. Dei carri armati di Crippa non uno si era salvato, distrutti a colpi di pietra, sventrati con sbarre di ferro, da uomini che sino al giorno prima non avevano mai visto simili ordigni di guerra. «Lo scontro non fu soltanto importante perché riuscimmo a catturare cinquanta mitragliatrici e un ingente quantitativo di fucili» precisa Ras Immirù, «ma perché la rotta degli italiani fu tale che le nostre avanguardie, lanciate all'inseguimento, potevano occupare Endà Selassiè e, più tardi, Selaclacà. In pratica avevamo riconquistato, grazie a quel fatto d'arme, buona parte dello Scirè e stavamo incuneandoci alle spalle dello schieramento italiano». Anche se il maresciallo Pietro Badoglio riteneva l’«insuccesso» di Dembeguinà «di scarsa importanza se riferito al quadro generale della situazione»4, Mussolini era di diverso parere, tanto da ventilare, nel corso di una seduta del gran consiglio, persino l’ipotesi di una sostituzione di Badoglio. Per fronteggiare l’offensiva di Ras Immirù, Mussolini inviava in Etiopia altre due divisioni e autorizzava Badoglio a fare largo impiego degli aggressivi chimici, che sino allora erano stati usati in pochi casi, come deterrente o per «punizione».

Dal 22 dicembre al 18 gennaio venivano cosi lanciati sul fronte Nord oltre duemila quintali di bombe, in gran parte caricate a gas. Battuto sul campo, da armi regolari, Badoglio cercava ora nell’iprite, un’arma proibita dalle convenzioni internazionali, lo strumento micidiale per arrestare l'avanzata delle «orde abissine». Sugli effetti del solfuro di etile biclorurato, uno dei gas tossici più letali, perché provoca rapidamente la necrosi del protoplasma cellulare, abbiamo la testimonianza dello stesso Ras Immirù: «Fu uno spettacolo terrificante. Io stesso sfuggii per un caso alla morte. Era la mattina del 23 dicembre, avevo da poco attraversato il Tacazzè con una parte cospicua del mio esercito, quando apparvero nel cielo alcuni aeroplani. Il fatto, tuttavia, non ci allarmò troppo, perché ormai eravamo abituati ai bombardamenti. Quel mattino, però, non lanciarono bombe, ma strani fusti che si rompevano in aria o appena toccavano il suolo o l’acqua del fiume, e proiettavano intorno un liquido incolore5. Prima che mi rendessi conto di ciò che stava accadendo, alcune centinaia fra i miei uomini erano rimasti colpiti dal misterioso liquido e urlavano per il dolore, mentre i loro piedi nudi, le loro mani, i loro volti si coprivano di vesciche. Altri, che si erano dissetati nel fiume, si contorcevano a terra in un’agonia che durò ore. Fra i colpiti c’erano anche dei contadini che avevano portato le mandrie al fiume, e gente dei villaggi vicini. I miei comandanti, intanto, si erano radunati intorno a me e mi chiedevano consiglio, ma io ero stordito, non sapevo che cosa rispondere, non sapevo come contrastare questa pioggia che bruciava e uccideva».

Nonostante la sorpresa terrificante dell’iprite, il grosso dell’esercito di Ras Immirù riusciva a valicare il Tacazzè e andava a rafforzare le avanguardie che nel frattempo, dopo il successo di Dembeguinà, avevano espugnato il passo di Af Gagà, costretto la divisione «Gran Sasso» a ritirarsi da Selaclacà e ora premevano sul campo trincerato di Adua-Axum. E' in queste settimane, tra la fine di dicembre 1935 e i primi di marzo 1936, che Ras Immirù rivelava tutte le sue qualità di stratega, di organizzatore, di mediatore. Egli non soltanto riusciva a tenere insieme un esercito assai poco amalgamato e in parte anche inaffidabile a causa del tradimento di Ajaleu Burrù, ma era in grado anche di portarlo al combattimento e a mietere successi. E se Badoglio aveva fatto dello Scirè una terra bruciata, Ras Immirù si riforniva più lontano, in regioni non ancora contaminate dall’iprite, facendo muovere le carovane di rifornimento solamente di notte e su nuove piste che, con molta lungimiranza, aveva fatto costruire. Ras Immirù era anche il solo fra i comandanti di armata etiopici a organizzare un efficiente servizio di informazioni. Grazie soprattutto al clero ortodosso di Axum, Immirù veniva a conoscere l'esatta composizione, dislocazione e armamento del 2° corpo d’armata del generale Pietro Maravigna, il quale, per due mesi, stretto nella morsa etiopica, non riuscirà a prendere alcuna iniziativa, limitandosi a rinsaldare le fortificazioni del campo trincerato di Adua-Axum. Ma gli informatori di Ras Immirù non agivano soltanto ad Axum, bensì nella stessa Eritrea, da dove partivano tutti i rifornimenti diretti al fronte e dove erano dislocati gli immensi depositi che dovevano alimentare il più grande esercito coloniale che la storia ricordi. Non soddisfatto di aver rioccupato quasi tutto lo Scirè, in base alle informazioni raccolte, Ras Immirù tentava una manovra ancora più audace, quella di invadere, attraverso l’inospitale Adi Abò e le valli dell’Obel e del Rubà Catinà, la stessa Eritrea, non con l’ambizione di occupare la capitale Asmara, ma con quella più modesta di portare il subbuglio nelle retrovie italiane attaccando i depositi di viveri e di munizioni e le colonne di rifornimento. Per queste azioni egli adottava la tattica della guerriglia, costituendo reparti mobilissimi di non più di 400 o 500 uomini, i quali riuscivano a infiltrarsi fra le maglie della linea i protezione del confine. Il 22 febbraio 1936, per fare un esempio, penetravano per una trentina di chilometri in Eritrea e attaccavano il deposito di munizioni di Mai Scium facendo esplodere cinquemila proiettili di artiglieria e decine di migliaia di cartucce per armi portatili. Su queste ardite azioni di guerriglia, specie su quelle condotte in territorio eritreo, il maresciallo Badoglio ordinava che fosse mantenuto il più rigoroso silenzio, perché non si voleva assolutamente ammettere che gli etiopici erano in grado di portare la guerra in Eritrea, italiana sin dal 1885. Ma Badoglio pensava a una ritorsione nei confronti di Ras Immirù. Dopo aver sconfitto ras Mulughietà sull’Amba Aradam e i ras Cassà e Sejum nel Tembien, meditava di isolare Ras Immirù nello Scirè, di prenderlo in trappola e di annientarlo.


1 Haile Sellassie I, My Life and Ethiopia’s Progress, I892-1937, Oxford University Press, Oxford 1976, p. I5
2 Sul regime del Derg e sulla rivoluzione di Haile Mariam Menghistu si veda C. Clapham, Transformation and Continuity in Revolutionary Ethiopia, Cambridge University Press, Cambridge 1988.
3 Si veda in proposito A. Del Boca, Gli italiani in Africa Orientale. La conquista dell’impero, Laterza, Roma-Bari l979, pp. 472-500.
4 P. Badoglio, La guerra di Etiopia, Mondadori, Milano 1936, pp. 45-46.
5 In realtà il funzionamento delle bombe al1`iprite C.500 T era diverso. La bomba pesava 280 chilogrammi, di cui circa 212 di iprite. Grazie a un meccanismo a tempo di non facile manovra, doveva esplodere a 250 metri dal suolo e creare una pioggia di goccioline capace di coprire un’area ellittica di 500-800 metri per 100-200, a seconda del vento. Gli effetti dell’iprite, in questa area, erano generalmente letali.

Sis Valentina

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I crimini di guerra fascisti in Etiopia
all'attenzione della comunità internazionale


“La storia prova in maniera evidente che la libertà di cui godono in molti diviene fragile quando è tollerata la negazione anche ai pochi,
dei diritti umani”
QHS


La memoria storica fine a se stessa non è utile a nessuno,
e se il senso più nobile dell’essere umano è quello di vivere gli uni con gli altri
e non “gli uni contro gli altri”...
i nostri sforzi nel vigilare ed intervenire non dovranno mai cessare.

I crimini commessi dal fascismo in Etiopia, rappresentano solo uno dei tanti tristi esempi di storia dimenticata e di giustizia mancata cui purtroppo tutt’oggi siamo costretti a fare i conti.

Il caso di Affile, in effetti, è diventato diretta conseguenza di quel fallimento iniziale che non portò l’Italia a giudicare i maggiori criminali di guerra davanti ad un Tribunale internazionale, in cui… visioni del passato proseguono lungo linee politiche contemporanee.

È interessante notare che nel caso delle Fosse Ardeatine, le prime richieste di vedere processati i criminali tedeschi, provenivano proprio dall’Italia, che, solo in un secondo momento si accorse che questa punibilità si sarebbe potuta riversare anche sui crimini italiani.

La storiografia ha recentemente dimostrato in modo convincente, che le leggi razziali antiebraiche del 1938 non erano concessione di Mussolini a Hitler, ma invece il culmine delle politiche razziste dell’Italia, iniziate in Libia e proseguite in Etiopia. Non a caso, la persona che più di tutte incarnò l’intero spettro delle politiche razziste –dalla Libia fino alla repubblica sociale italiana - fu proprio il macellaio d’Etiopia, Graziani.

La provocazione fatta dal Sindaco di Affile di erigere un mausoleo ad un criminale di guerra, non solo ha fatto scandalo in tutto il mondo, ma è diventata ancora una volta compromesso con quella memoria storica che a quanto pare in Italia si ha difficoltà a custodire. Alcuni studiosi parlano di “memoria selettiva” dell’era fascista. Infatti casi –solo per citarne alcuni- come quello del sindaco di Roma Rutelli che nel 1995 propose di dedicare una strada ad un ex ministro fascista Giuseppe Bottai, oppure la proposta dell’ex sindaco Alemanno di intitolare una strada ad Almirante, editorialista del giornale fascista “La difesa della razza”, sembrano tristemente confermare questa tesi.

Per questo le parole di Sua Maestà sono straordinariamente profetiche non solo quando nel ’37, per primo denuncia le dittature europee che di li a breve portarono scompiglio in tutto il mondo, ma anche quando nel 1970 in Italia aveva detto: “La storia si ripete, ciò che è vero oggi potrebbe essere applicabile domani. La storia può essere istruttiva soltanto nel momento in cui, in qualche modo, SI VINCA LA SUA FASE MUTEVOLE E LA SI DOMINI. Si può compiere la storia soltanto se si evita di essere attratti nella sua trappola”.

Il caso del mausoleo a Graziani è appunto emblematico per due motivi: sia per la continua ambiguità che l’opinione pubblica italiana - nonché le Istituzioni - mostrano nei confronti del passato fascista, che per l’atteggiamento poco chiaro del sistema giudiziario rispetto ad esso.

Questo contributo perciò vuole essere solo un’estrema sintesi storica di come sia avvenuta la discussione politica internazionale sui crimini di guerra fascisti in Etiopia e di come appunto gli sforzi del governo etiope non abbiano avuto lo stesso successo di altri Paesi, solo per ragioni di puro opportunismo politico.

Non bisogna dimenticare, che l’Etiopia di Sua Maestà, è stata senza alcun dubbio il Paese che più di ogni altro ha creduto nei principi di giustizia internazionale e anche nel caso dei Tribunali internazionali è stato forse il primo o tra i primi Paesi a farne richiesta.

Le atrocità fasciste anche se ampiamente condannate da individui e organizzazioni, rimasero ufficialmente ignorate prima dalla Società delle Nazioni (d’ora in poi SdN) – quando queste furono commesse – e una decade più tardi davanti alla Commissione dei Crimini di guerra delle Nazioni Unite, come risultato della guerra vinta dagli Alleati contro l’asse nazi-fascista.

Notizie inconfutabili sui crimini fascisti in Etiopia si hanno già nel novembre del 1935, un mese circa dall’invasione. Le ripetute denunce etiopiche e l’energica protesta di HIM davanti all’assemblea ginevrina, pur destando un certo stupore, per ragioni di compromesso politico, rimasero inascoltate.

Dopo il massacro Graziani del 1937, nonostante la SdN avesse già perso di credibilità, giunse da parte etiopica la richiesta di istituire una Commissione d’inchiesta, ma ancora una volta la questione fu rigettata.

Un primo passo venne fatto quando nel gennaio del 1942 a Londra nove stati europei rifugiati, sostenuti dal presidente americano Roosevelt, decisero di condannare i crimini di guerra del nazismo, con l’impegno di istituire una Commissione d’investigazione. Una dichiarazione delle Nazioni Unite letta davanti la Camera dei Comuni inglese, ne confermava l’impegno. Questa dichiarazione si riferiva solamente all’Europa e soprattutto ai crimini di guerra nazisti. L’Africa non era menzionata. Paradossalmente niente fu detto dell’Italia fascista e delle atrocità che aveva commesso in Europa ed in Etiopia.

Dopo la caduta di Mussolini, l’atteggiamento della Comunità internazionale nei confronti dell’Etiopia assunse toni differenti, se pur solo nelle dichiarazioni e comunque in riferimento a Mussolini.

Pankhurst infatti ricorda come Roosevelt aveva proclamato che “the head devil” doveva essere visto come un criminale di guerra e che insieme ai suoi complici andava consegnato.

Nel 1943 il governo inglese stilò una bozza per la consegna dell’Italia, nella quale vi era il primo riferimento ufficiale alla questione dei criminali di guerra italiani. Nell’articolo 30 si dichiarava: “tutte le persone sospette di aver commesso crimini di guerra o offese analoghe, il cui nome appare sulle liste comunicate o suggerite dalle Nazioni Unite saranno arrestati e consegnati nella mani delle Nazioni Unite”.

Il 30 luglio il generale Eisenhower telegrafò a Churchill: “ è nostra opinione che lo sforzo di prendere il diavolo nel futuro prossimo, pregiudichi il nostro obiettivo primario che è di far uscire l’Italia dalla guerra[...] io credo che tutte le richieste degli alleati che non sono essenziali al tempo presente saranno posposte, al fine di far uscire l’Italia dalla guerra alla prima data possibile.”

Il 1 novembre 1943 Churchill, Roosevelt e Stalin firmarono la dichiarazione di Mosca. Fu un documento cardine che segnò una svolta nella storia del diritto penale internazionale, in quanto i crimini non si limitavano più ad essere solo denunciati, ma venivano sanciti principi e criteri per la loro punibilità. Fu questo appunto il primo atto che condusse all’istituzione dei tribunali sui crimini di guerra.

Dopo “l’eroico” cambiamento di alleanza di Badoglio dai tedeschi agli anglo-americani, il British Foreign Office decise di escludere l’Etiopia dai diciassette Paesi membri della Commissione delle Nazioni Unite per i crimini di guerra; il solo altro alleato escluso era l’Unione Sovietica. A questo punto sorge una domanda: perché l’Etiopia fu esclusa? Il Foreign Office, trovandosi in una situazione abbastanza imbarazzante, spiegò che secondo il loro parere la Commissione non era preparata a considerare i crimini di guerra commessi in Abissinia dagli italiani prima dello scoppio del conflitto mondiale. Questo perché gli inglesi che avevano un interesse limitato per i crimini commessi contro i non europei, erano inoltre contrari a giudicare Badoglio, identificato invece dagli etiopi come il principale criminale di guerra italiano.

Ancor di più, tali crimini venivano considerati dalla comunità internazionale del tempo come una caratteristica accettabile della guerra moderna, solo perché non commessi in Europa.

L’esclusione dell’Etiopia dalla Commissione non piacque agli inglesi “amici dell’Etiopia” che guidati dalla suffragette Sylvia Pankhurst (pro-ethiopain e antifascista) e appoggiati dal laburista MP, Ben Riley sottoposero un ulteriore Discussione Parlamentare. Il governo inglese liquidò malamente la questione con quattro parole: “That was another war”. Poi precisò: “la politica delle Nazioni Unite a riguardo, ritiene che, solo quelle Nazioni associate a questa questione sin dall’inizio dovrebbero essere membri della Commissione”. In altre parole l’Etiopia fu esclusa dall’inizio e perciò doveva continuare ad essere esclusa.

Intanto la scelta della Gran Bretagna e degli alleati di punire i maggiori criminali di guerra dell’Asse europeo attraverso l’istituzione di un Tribunale Militare Internazionale si concretizzò con un accordo nell’agosto del 1945. Il 3 ottobre il governo etiope annunciò la sua partecipazione all’accordo e fu l’ottavo Paese a farlo. Una commissione sui crimini di guerra etiopi fu creata dal governo Imperiale.

I crimini di guerra furono una delle questioni che emersero quando i Ministri degli Esteri delle quattro grandi potenze (Gran Bretagna, Francia, Usa e Urss) si incontrarono a Parigi per le discussioni sul Trattato di pace con l’Italia stipulato poi nel 1947. L’Etiopia venne invitata come controparte a fare raccomandazioni; l’Italia dal canto suo riconosceva di aver portato avanti un ininterrotto stato di guerra iniziato nel 1935, quindi implicitamente prendeva atto dell’illegalità dell’annessione effettuata nel 1936.

In quella occasione la delegazione etiopica fece forti pressioni ai Ministri degli Esteri affinché accettassero due importanti principi: primo, che la guerra per l’Etiopia era iniziata il giorno dell’invasione fascista, quindi il 3 ottobre 1935; secondo, che l’Etiopia avesse giurisdizione sugli eventi che si verificarono durante il periodo dell’occupazione. Questo concetto in particolare si basava sul principio del postlimitium secondo cui una volta che l’occupazione nemica fosse terminata, uno stato poteva considerare la sua esistenza come sopravvissuta senza interruzioni. Spencer – storico americano che è stato consulente legale dell’Imperatore e autore del libro Ethiopia at bay - spiegando le sue ragioni allo studioso Pankhurst affermò chiaramente che sia la Gran Bretagna che la Francia avevano riconosciuto la conquista. La Francia perché aveva stipulato importanti accordi con l’Italia, in particolare sulla ferrovia Gibuti-Addis Ababa; mentre la Gran Bretagna aveva stipulato un accordo con l’Italia il 27 gennaio 1937 riguardo le migrazioni delle tribù tra il Somaliland britannico e l’Etiopia. Queste confische rappresentavano il motivo per cui l’Etiopia si sarebbe dovuta appellare al Consiglio dei Ministri per insistere sulla data del 3 ottobre 1935.

Questi principi furono accettati dal Consiglio che li incorporò nei tre articoli separati della bozza dei trattati. Comunque la bozza non conteneva specifici riferimenti all’Etiopia o ad altri Paesi ma si limitava ad affrontare i crimini solo in generale.

L’articolo 45 dichiarava che l’Italia avrebbe dovuto prendere tutte le misure necessarie ad assicurare l’arresto e la consegna per giudicare: a) persone accusate di aver commesso, ordinato o favoreggiato crimini di guerra e crimini contro la pace o l’umanità; b) i cittadini di ciascun alleato o potenza associata di aver violato il loro diritto nazionale per tradimento o collaborazione con il nemico durante la guerra.

La bozza del trattato sostanzialmente andò a stabilire tre importanti principi: 1) l’Italia era obbligata a consegnare i criminali di guerra per il processo; 2) le responsabilità italiane in relazione all’Etiopia - contrariamente alla posizione del Foreign Office britannico – iniziarono nel 1935 con l’invasione; 3) gli interessi dei membri delle Nazioni Unite in caso di difficoltà erano di responsabilità degli ambasciatori delle quattro grandi potenze a Roma.

Nel 1946 il vice Ministro degli Affari Esteri etiope Ato Ambay Wolde Mariam inviò tre lettere sulla questione dei crimini di guerra al Segretario Generale delle Nazioni Unite, al Tribunale Internazionale Militare e alla Legazione britannica in Addis Ababa. Queste lettere ribadivano che il governo etiope aveva creato una commissione per i crimini di guerra con “piena autorità e incaricata di ricostruire i fatti legati ai crimini di guerra in Etiopia e i capi d’accusa a carico degli italiani che li avevano perpetuati.

La lettera di Ato Ambay Wolde Mariam raggiunse la Commissione per i crimini di guerra delle Nazioni Unite nel 1946. Tale lettera incontrò una forte opposizione da parte del Foreign Office in cui si affermava che l’Etiopia stava cercando di trovare criminali di guerra per crimini commessi prima dell’apertura della guerra europea del 1939.

Il lavoro sul trattato di pace italiano con le Nazioni Unite nel frattempo continuava. La conferenza sul trattato si riunì il 29 luglio e accettò la disposizione del Consiglio dei Ministri che la seconda guerra mondiale fosse cominciata per l’Etiopia il 3 ottobre 1935.

Mentre in Etiopia la commissione nazionale dei crimini di guerra iniziava a lavorare, a Londra il governo britannico continuò ad opporre il suo no nel processare gli italiani accusati di crimini di guerra precedenti al 1939.

Come sottolinea lo storico Michael Palumbo, sulla base di documenti trovati negli archivi di Washington, Londra e Roma, gli anglo-americani erano a conoscenza della efferatezza dei crimini italiani e, negli anni che seguirono l’armistizio coprirono Badoglio e il suo gruppo perché li ritenevano affidabili per il loro anticomunismo.

Il trattato di pace italiano venne finalmente firmato nel febbraio del 1947, ma la Commissione delle Nazioni Unite non era d’accordo ad ascoltare i casi etiopi fino al 29 ottobre del 1947. La commissione aveva quasi finito fino a quel momento tutto il suo operato ed era prevista la chiusura entro il 31 marzo 1948 e non fu disponibile a prolungare le sue delibere sul caso etiope. Questo atteggiamento mise il governo etiope in una posizione svantaggiosa: primo, perché aveva solo cinque mesi per sottoporre i suoi casi; secondo perché i crimini di guerra italiani commessi quando lo Stato etiope pre-guerra stava collassando, non potevano essere facilmente sostenuti da testimonianze veritiere.

È questa la ragione per cui l’Etiopia ridimensionò i suoi sforzi e si limitò a sottoporre solo dieci casi.

I dieci casi della Commissione etiope raggiunsero la Commissione delle Nazioni Unite giusto in tempo per l’ultimo incontro, il 4 marzo 1948. I procedimenti furono aperti dal rappresentante inglese che accolse il rappresentante etiope cordialmente, esprimendo la massima stima per il fatto che i casi sottoposti dal governo etiope erano stati così ben preparati e documentati.

Il primo caso da esaminare fu quello di Badoglio, accusato di aver usato gas tossici e di aver bombardato ospedali della Croce Rossa durante la campagna d’Etiopia. Gli inglesi presero le difese degli italiani sostenendo che quasi tutta la campagna d’Etiopia sarebbe stata elaborata da Mussolini e Graziani, avanzando seri dubbi sulle accuse rivolte a Badoglio anche per quanto riguarda l’uso di gas tossici. I rappresentanti etiopici sottolineavano però, che a prescindere dal fatto che i superiori avessero o meno ordinato di commettere crimini, rimaneva comunque la loro responsabilità a sorvegliare i propri sottoposti e prevenire che i crimini venissero commessi. D’altronde il generale giapponese Yamashita venne condannato in base a questo principio. Fu inoltre fatto notare, come il governo britannico non fosse dello stesso avviso nel 1935-36, quando respinse qualsiasi argomento avanzato dal Ministro degli Esteri italiano per discolparsi del bombardamento di unità mediche inglesi in Etiopia.

Con gli etiopi spalleggiati da Norvegia e Cecoslovacchia, il Comitato decise di inserire Badoglio nella lista come criminale di guerra di grado A, per l’uso di gas tossici e per gli attacchi degli ospedali della Croce Rossa.

Il caso Graziani fu invece meno controverso e fu inserito con grado A, con nove capi d’imputazione.

Anche gli altri otto capi fascisti furono inseriti nella lista:

  • generale E. De Bono
  • C.Geloso e A.Pirso-Biroli riconosciuti criminali di guerra per la politica repressiva attuata nelle regioni di cui erano governatori.
  • generale S.Gallina riconosciuto criminale per le violenze, i rastrellamenti, le uccisioni fatte dalle sue truppe.
  • G.Cortese considerato criminale per l’ondata di terrore dopo l’attentato Graziani ad Addis Ababa.
  • R.Tracchia considerato criminale per aver fatto fucilare i fratelli Kassa, dopo aver loro promesso salva la vita.
  • A.Lessona considerato criminale per il sospetto di complicità in atti di sistematico terrorismo. La Commissione lo ritenne invece, non partecipe dei crimini di guerra e perciò annoverato nella lista dei testimoni <>.
  • Enrico Cerulli considerato dalla Commissione più un testimone che un criminale.

L’accusa incontrò il problema che l’Etiopia non aveva controllo sugli accusati e non poteva chiedere la loro estradizione, in quanto Etiopia ed Italia non avevano relazioni diplomatiche, anche per questo maggiore attenzione fu poi riservata ai due maggiori criminali di guerra Graziani e Badoglio.

Il governo britannico, al quale le autorità etiopi si erano appellate, in virtù dell’accordo esistente tra i due Paesi, chiese che l’estradizione dei due marescialli fosse effettuata dagli ambasciatori a Roma.

Gli etiopi organizzarono una loro Commissione nazionale sui crimini di guerra, che avrebbe seguito i principi di diritto e le procedure in accordo con quelle della Carta del Tribunale di guerra di Norimberga.

Nel 1949, l’Italia respinse la richiesta etiope per l’estradizione di Graziani e Badoglio. Il 17 settembre, l’ambasciatore etiope a Londra sottopose la questione al Foreign Office che considerò la richiesta inopportuna e le consigliò di desistere. Così nessun criminale fu mai estradato. Badoglio morì nel suo letto con un funerale di Stato.

Il governo italiano, anche se totalmente indifferente alle iniziative etiopi, decise di processare Graziani per collaborazione con i tedeschi in Italia dall’8 settembre del 1943, al termine delle ostilità. Il 2 maggio 1950 il Tribunale militare lo condannò a 19 anni di carcere, di cui tredici condonati. La pena da scontare fu ulteriormente ridotta a quattro mesi, per la richiesta della difesa, subito accolta, di far iniziare la decorrenza della carcerazione preventiva al 1945. Pertanto quattro mesi dopo la sentenza, Graziani tornò in libertà, lasciando l’ospedale militare dove aveva trascorso gran parte della durata del processo. Nel marzo 1953 divenne presidente onorario del Msi. Morì nel 1955 per collasso cardiaco.


Bibliografia:

  • R.Pankhurst, Sylvia Pankhurst: counsel for Ethiopia, Tsehai Publishers, Hollywood 2003
  • Ali A.Mazrui, UNESCO General History of Africa, vol.VIII. Africa since 1935, Heinemann, California, Unesco.
  • R. Pankhurst, Italian fascist War Crime in Ethiopia: A History of their Discussion, from the League of Nations to the United Nations (1936-1949), Northeast African Studies, vol.6, number 1-2, 1999
  • A.Gingold Duprey, De l’invasion à la libération de l’Ethiopie, Paris 1955
  • A.Del Boca, I gas di Mussolini: il fascismo e la guerra d’Etiopia, Editori Riuniti, Roma 1996
  • J.Spencer, Ethiopia at bay. A personal account of the Haile Selassie years, Algonac, Michigan 1987
  • Trattato di Parigi fra l'Italia e le potenze alleate, Wikipedia
  • La mancata estradizione e l'impunità dei presunti criminali di guerra italiani accusati per stragi in Africa e in Europa, Crimini di guerra
  • video documentario “Fascist Legacy” prodotto da BBC, Londra 1990, regia di Ken Kirby con la consulenza storica di Michael Palumbo

Bro Donato

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Sulla percezione del popolo Etiopico rispetto alla ricorrenza del “Giorno dei Martiri”
(19 Febbraio 1937)


Il 19 di Febbraio, del 1937, è divenuta una data contrassegnata dalle lettere in rosso nel calendario dell’Etiopia moderna per una serie di eventi che hanno messo in risalto il prezzo della libertà; un decorso che ha messo in rilievo il beneficio del governo della legge e del suo opposto; un decorso che ha mostrato a che livello di degrado l’uomo può sprofondare, quando una nazione ha perduto il suo governo e la sua gente è lasciata in preda del dominio del conquistatore. Questa giornata trova annualmente il popolo etiope in un triste stato d’animo nella riflessione dell’immemorabile male che la gente Etiopica ha dovuto subire dal maresciallo Graziani, durante il periodo dell’instabile invasione degli occupanti della terra di Piankeh, Tewodros, Yohannes, Menelik e Hayle Selassie.

Questo è un giorno di lutto nella vita di quel regno africano. La cappa di tristezza che avvolge la capitale, gli altri centri, le case e le Chiese nelle quali si tengono speciali Servizi (liturgici) è vivamente avvertita (anche) dagli ospiti di quel Paese. È un giorno di (offerte) di corone, di commemorazione intorno al monumento eretto sul vero luogo del massacro, un giorno riservato ad onorare quegli eroi che sono stati torturati e, peggio ancor, assassinati a sangue freddo, in seguito alla rappresaglia per l’attentato di due patrioti alla vita di Graziani i quali, fremendo sotto il calcagno del conquistatore, hanno cercato di rivendicare il diritto dei loro simili al godimento di un umano, essenziale e naturale diritto.

Il 19 Febbraio, decretato come Giornata Nazionale di lutto, la bandiera Etiopica è tenuta a mezz’asta e, come ricorrenza pubblica, tutti gli uffici e le altre attività restano chiuse. La principale caratteristica del giorno consiste nella deposizione di corone di fiori al Monumento dei Martiri, un discorso da parte del Primo Ministro ed un’ora di elogio nella Cattedrale della Trinità, che è il mausoleo nel quale le ossa di molti uomini, donne e fanciulli massacrati sono sepolti. È un giorno segnato nel calendario Etiopico sia per il lutto che per la riflessione. L’Ethiopian Herald in una di queste occasioni ha avuto come editoriale:

“Oggi i nostri pensieri e i nostri sentimenti ritornano a quella giornata esattamente di dieci anni fa, a quel giorno fatale, quando migliaia di nostri fratelli furono condotti alla morte ed anche ai maltrattamenti (perpetrati) dal nemico. Oggi questa nazione piange sul feretro di coloro che hanno pagato con la loro vita per la sfrenatezza di un regime e che verrà ricordato a lungo per l’infamia. Oggi ricordiamo la vergogna che l’Italia ha portato alla civiltà, per la quale uomini come Cavour, Mazzini e altri suoi stessi cittadini, hanno fatto tanto, per costruirla e incrementarla. Oggi noi evochiamo il ricordo dell’audacia e del coraggio con il quale il popolo di questo reame si oppose, anche con il martirio, al male che si era stabilito su questa terra dei nostri padri dal 1935 al 1941.

“Mentre in quel 19 Febbraio 1937, Graziani, con la macchina bellica di morte e distruzione, uccideva gli Etiopi come fossero animali, egli poco comprendeva che così facendo rendeva Santa questa terra, così profondamente intrisa del sangue dei suoi figli. Egli poco sospettava che nell’eventuale trionfo della giustizia, lui e il potere del suo governo sarebbero stati abbattuti e che la libertà e l’indipendenza di questa terra, che egli voleva sprofondare in una specie di morte per distruzione, avrebbe alla fine trionfato. Egli poco immaginava che tali atti orribili avrebbero incrementato il fervore e rinforzato la volontà della gente Etiopica di spodestare questa tirannia e di liberare la loro amabile terra dal tiranno straniero.

“Passiamo ora ad un breve frammento della campagna italiana contro l’Etiopia, che comprende un periodo di oltre mezzo secolo. Ogni mezzo di penetrazione violento è stato usato: la nostra relazione amichevole è stata dapprima corteggiata e poi abusata per mezzo di spionaggi e della propaganda avversa; l’imperialismo economico che era stato implementato era fallito; le nostre frontiere sono state occupate con la forza e in seguito usate come basi per le aggressioni nei nostri confronti; è stata ottenuta dalle altre potenze europee una forma di arrendevolezza che aiutò (l’Italia) nel disegno di conquista. L’Italia che era stata sconfitta ad Adwa, si era ritirata al di là di queste frontiere per preparare ciò che lei riteneva lo scontro finale; ha sfidato il mondo e ha attaccato l’Etiopia nel 1935, conquistando la capitale attraverso metodi illegittimi come l’uso dell’iprite, aveva pensato che il suo successo di espansioni si fosse così compiuto; a suo discapito ha (invece) trovato che lo spirito di Adwa era ancora acceso, ed il massacro di Graziani è stato il risultato della sua disperazione. Tutte le macchinazioni italiane hanno costituito la continua sfida per il governo e la popolazione etiope per mantenere la propria libertà e indipendenza. Non abbiamo mai ammainato la bandiera. Con forza indomita e un entusiasmo fanatico e la sua grande fede in Dio, l’Etiopia a sostenuto le molte prove e vicissitudini mantenendo lo sguardo fissato sul proprio destino. E così la storia di una nazione è stata forgiata nella fucina della devozione e scritta nel sangue dei suoi figli.

“Il massacro di Graziani si colloca tra i crimini del secolo. È stato stabilito dagli Alleati e dalle Potenze Associate che tali uomini pubblici che hanno usato il proprio ruolo politico per commettere atti disumani contro il genere umano avrebbero subìto la condanna per i loro crimini. Sotto gli ordini di questi individui, migliaia di uomini etiopi vennero fucilati a sangue freddo senza pietà o processi. Colpa o innocenza, che sono le pietre angolari della legalità, erano assenti, su tutti gli etiopi si sarebbe sparato a vista.

“A tal proposito, abbiamo letto fra le notizie riportate questa settimana che Albert Kesselring è stato messo di fronte al Tribunale Militare Britannico a Venezia, per rispondere delle barbare rappresaglie contro i civili italiani. Il crimine di questo feld-marshall tedesco è descritto come segue dal Pubblico Ministero: ‘dopo lo scoppio di una bomba in una strada romana, che ha ucciso 38 membri della polizia tedesca, furono trucidati 335 italiani. Gli italiani avevano un età compresa tra i quattordici e i settanta anni, vennero portati alle Fosse Ardeatine vicino Roma e sparati alla nuca con le mani legate dietro le loro schiene’.

“(La citazione precedente, ndt) è necessaria per fare un utile raffronto di cos’è accaduto il 19 Febbraio 1937. Numerosi etiopi sono convenuti al Palazzo (Ghebì Imperiale, ndt) dove Graziani li aveva invitati, inclusi mutilati, zoppi e ciechi i quali era stati chiamati a ricevere l’elemosina dalle mani di questo assassino.

“La cerimonia consisteva principalmente nel vanto fascista di quel progresso che il dominio italiano avrebbe portato all’Etiopia. Durante l’evento due bombe sono state lanciate dal balcone (del Palazzo). Naturalmente vi è stato il panico, Graziani è stato ferito lievemente e ogni italiano in possesso di armi, e ve ne erano molti dato che questa era un’occupazione militare, ha iniziato a sparare sulla massa sbalordita (degli etiopi presenti, ndt). In pochi minuti vi erano più di mille morti solo sul selciato antistante il Palazzo. Queste uccisioni indiscriminate si sono estese per tutta la città dietro l’ordine di Graziani di sparare a vista su ogni Etiope. Molte sono state le armi usate: granate a mano, esplosive e incendiarie, fucili, pistole e armi automatiche, come anche mitragliatrici e pugnali. Per giorni sono andati avanti senza controllo incendi dolosi saccheggi e devastazioni in cui diverse migliaia di innocenti uomini, donne e bambini hanno perso la vita. Sarebbe troppo chiedere quando e dove Graziani comparirà per rispondere di questi crimini contro l’umanità? O la giustizia è a doppia faccia e ha timore di parlare a causa del tempo, del luogo, delle circostanze? Tutto ciò che è qui appropriato, è dire con le parole del nostro Augusto Sovrano ‘Dio e la storia si ricorderanno del vostro giudizio’.

“Ci rallegriamo nel sapere che oggi ci troviamo di nuovo sotto al nostro albero di fichi e sotto la nostra vite, e che la nostra libertà ed indipendenza è stata ristabilita; che i cari di coloro che sono caduti durante questi massacri e le altre vittime cadute altrove, hanno potuto vedere che la potenza del nazismo e del fascismo è stata rovesciata, sia nella loro patria che nel mondo; che queste esperienze stimolano gli uomini a prevenire il ripetersi della bestiale orgia che è stata scatenata contro la santità di innocenti uomini, donne e bambini.

“La nostra gioia è comunque bagnata dalle lacrime quando ricordiamo il modo disumano con il quale il terrore fascista ha decimato la nostra popolazione, ha bruciato i nostri cuori e le nostre case, ha saccheggiato i nostri luoghi religiosi e sacri e i santuari, ha irrorato con gas velenosi i civili indifesi, impiccato i nostri patrioti, e con la sua inimmaginabile brutalità, ha cercato di distruggere il nostro spirito e di cambiare la nostra aspettativa dalla libertà alla schiavitù.

“Così oggi è sentito come un giorno di lutto nazionale. Al Monumento dei Martiri, eretto in memoria dei caduti per ordine di Graziani nella Piazza del 12 Yekatit (19 Febbraio), vengono poste corone di fiori per onorarli. Anno dopo anno dovremmo ricordare gli avvenimenti che hanno portato ad erigere questo monumento. E così per generazioni ricorderemo questo episodio – questa vergogna!”

Estratto da “Contemporary Ethiopia” di David Abner Talbot; capitolo “Ethiopia’s Red Letter Days” 1952.

Bro Ghebre Sellassie

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Scuola tecnica per le forze di terra


…L’Etiopia ha sempre prodotto alcuni dei migliori soldati…

Il progresso contemporaneo è caratterizzato dall’avanzamento in campi complessi dell’agire umano che richiedono l’esercizio della mente su vie illimitate di pensieri e azioni. Gli scienziati e i tecnici sono dunque coinvolti in tali complicati sforzi come l’invio dell’uomo sulle stelle, l’esplorazione delle profondità dell’oceano, o lo sviluppo del tremendo potere dell’energia nucleare. Fino al momento in cui Noi stessi non potremo fare lo stesso, dobbiamo imparare duramente e prepararCi per questo grande obiettivo; in particolar modo nel campo degli studi sull’atomo, che dovranno essere votati ad un uso pacifico.

Sono di supporto a questi principali progetti scientifici e tecnologici le molte altre imprese del progresso moderno, grazie alle quali si stanno producendo milioni di oggetti di uso quotidiano, per l’uomo e per la nazione, sia in tempo di pace che di guerra. Troppo spesso le persone sono inclini a dimenticare, o non si prendono del tempo per comprendere, il grado di lavoro, gli anni di laboriosa quiete e la perseveranza richieste per acquisire nuove tecniche e modellare pensieri, idee ed esperimenti in risultati tecnologici che implichino questo progresso. Invero, coloro i quali sono così impegnati meritano la più alta ammirazione.

L’uomo fondamentalmente è una creatura pacifica; eppure, le esigenze dei nostri tempi hanno spesso richiesto che, per sopraffare il male e assicurare la pace e la prosperità, l’energia dell’uomo dovesse essere applicata all’apparato di difesa.

In tempi passati le armi e l’equipaggiamento usati dai soldati e i metodi e i modi per il loro schieramento sul campo di battaglia erano relativamente semplici; l’avanzamento tecnico e industriale ha modificato considerevolmente tutto ciò, tanto che oggi l’utilizzo di alcuni dei più complicati materiali militari necessita del lavoro di un gran numero di scienziati e tecnici che giocano un ruolo invidiabile.

Per tenere un soldato, un marinaio o un aviere, sul campo, oggi, sono richieste dozzine di tecnici, sia civili che in uniforme, che lo supportino dietro la linea di combattimento; la formazione e l’organizzazione di tale personale altamente qualificato richiede tremendi sforzi e un lungo tempo consolidarsi. Le nazioni in via di sviluppo hanno dovuto dipendere da altre nazioni amiche per l’assistenza nella formazione e nell’organizzazione; diventa necessario per queste nazioni formare i propri connazionali a queste capacità tecniche e di base.

L’Etiopia ha sempre prodotto alcuni dei migliori soldati; è importante che nel contesto odierno essa abbia gruppi di soldati tecnici ugualmente qualificati e capaci che possano reggere le armi e l’equipaggiamento e il trasporto al massimo livello di prontezza e sollecitudine, sia in pace che in guerra. Con l’inaugurazione del Centro di Formazione Tecnica a Guenet, oggi, la maggior parte del personale tecnico del nostro esercito sarà formato qui, e una delle necessità più impellenti per l’Esercito Imperiale sarà compiuta.

Fino ad ora un certo numero di questi tecnici è stato formato all’estero e Noi siamo grati a questi Paesi che hanno assistito l’Etiopia nel passato e che stanno continuando a farlo; menzione speciale deve essere fatta per il Governo degli Stati Uniti che ha contribuito grandemente all’organizzazione e alla gestione di quest’aspetto del Nostro programma di difesa.

Ci congratuliamo con voi che ricevete dalle Nostre mani oggi il diploma, dopo il completamento di questo sesto corso; è Nostra speranza che la conoscenza qui acquisita venga applicata con risoluzione nell’interesse del vostro Paese e dell’Esercito Imperiale di cui fate parte.

Noi preghiamo che la benedizione dell’Onnipotente Dio porti successo a questo Centro di Formazione.

Febbraio 1963

Important Utternaces of H.I.M. Emperor Haile Selassie I" pagg. 12\14

Bro Viktor Tebebe


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ALL MAN ACTS
Brevi Cronache Sommarie del Regno del Figlio dell’Uomo


Febbraio 1969, anno 1962 del calendario etiopico e 77.mo della Nascita di S. M. I. Hayle Selassie I.

1 febbraio – Le Loro Maestà la Regina Giuliana d’Olanda e l’Imperatore d’Etiopia Haile Selassie I inaugurano ad Asmara la fiera del Gornatorato Generale dell’Eritrea. Per l’occasione so pronunciati dei discorsi dal ministro dell’Industria e del Commercio, Abebe Retta; dal ministro dell’Agricoltura Ghirmacciou Techlehauariat, dal vicegovernatore generale dell’Eritrea e presidente del Comitato esecutivo della fiera di Asmara, Tesfajohannes Berhe. Successivamente risponde S. M. l’Imperatore elogiando l’opera e la cooperazione messa in atto tra cittadini etiopici e stranieri per l’edificazioni del complesso. – Nel pomeriggio il Sovrano, prima di rientrare S. M. la Regina Giuliana nella capitale scopre a Mai Melatzè una stele commemorativa eretta nel luogo in cui, secondo la tradizione sarebbe nato dalla Regina di Saba Menelik I.

2 febbraio – Il Sovrano d’Etiopia apre al Palazzo Africa la 9.a sessione della CEA. – L’Imperatore offre un cocktail in occasione del 10.o anniversario della fondazione della CEA. – Giunge in Etiopia il segretario generale dell’ONU, U Thant.

4 febbraio – L’Imperatore inaugura nel complesso dell’Amministrazione della Lotteria nazionale la mostra dei prodotti delle piccole imprese industriali, la prima del genere in Africa patrocinata dalla CEA. – Il Monarca ribadisce l’importanza di realizzare progetti di sviluppo mediante l’autofinanziamento in un discorso a funzionari educativi dei vari governatorati generali che hanno concluso un seminario. – Una più stretta cooperazione tra la CEA e l’OUA è affermata dal segretario generale dell’OUA, Diallo Telli, per un più prospero futuro del continente. – Si discute la concretizzazione della riunione dei capi di stato, che si terrà a Lusaka, tra i 14 rappresentanti dei paesi centro-orientali africani, a cui prenderà parte anche l’Etiopia.

5 febbraio – S. M. la Regina Giuliana di Olanda e S. A. R. il Principe Bernardo lasciano l’Etiopia dopo una visita ufficiale e privata di tredici giorni. – Parte per New York il segretario generale dell’ONU, U Thant, dopo aver partecipato alle celebrazioni per il 10° anniversario della CEA ed aver avuto dei colloqui con il Sovrano su argomenti di interesse comune. – Giunge il vice ministro agli Affari Esteri indiano Surendra Pal Singh, ed una delegazione di osservatori per la 9.a sessione della CEA.

8 febbraio - Il Sovrano promuove 13 infermiere dell’Esercito per aver terminato il corso di addestramento alla scuola militare di Ghennet.

10 febbraio – L’Imperatore si interessa agli studi ed ai lavori preliminari del bacino dell’Uebi-Scebeli, condotti in cooperazione tra il dipartimento delle risorse idriche ed il Governo francese. – La 9.a sessione della CEA raccomanda l’attuazione di una conferenza ministeriale dell’organismo che si interessi di argomenti politici e conceda la priorità necessaria ai problemi ed alle attività della commissione.

11 febbraio – S. M. I. Haile Selassie I riceve un messaggio personale del presidente del Camerun, Ahmado Ahidjo, consegnato dall’incaricato d’affari di quel paese, J. Nevva.

13 febbraio – Il Sovrano d’Etiopia riceve in udienza il prof. Fulthon, presidente del British Council, giunto ieri. Durante L’udienza S. M. l’Imperatore si è interessato alle attività educative svolte dal British Council in Etiopia. – La 9.a sessione della CEA adotta una serie di risoluzioni sul commercio, i trasporti, l’addestramento della manodopera, le piccole industrie e riguardo una collaborazione più stretta per facilitare lo sviluppo economico e sociale dell’Africa. – Ketema Yifru, ministro degli Affari Esteri, e Sir. Thomas Bromley, ambasciatore inglese, sottoscrivono per i rispettivi Governi un accordo che rende il British Council nel Paese l’organo rappresentante dell’aiuto culturale e educativo concesso dall’Inghilterra.

14 febbraio – Termina la 9.a sessione della CEA dopo 12 giorni di riunione in cui ha adottato delle risoluzioni concernenti lo sviluppo economico del continente. La prossima sessione si terrà in Tunisia nel 1971. – Si chiude la mostra delle attività delle piccole industrie. – Si celebra solennemente il 7° anniversario della morte dell’Imperatrice Menen.

17 febbraio – S. M. l’Imperatore aprendo la 12.a sessione dell’OUA richiede nel suo discorso “una immediata cessione della guerra fratricida” nigeriana e si appella alle parti affinché risolvano le divergenze alla tavola della pace. – L’Imperatore riceve un messaggio personale del capo del nuovo Governo del Mali, consegnato da Yomoto Aleya, capo della delegazione di quel Paese alla 12.a sessione dell’OUA. - Una missione di buona volontà della Germania federale composta di 20 membri giunge nella capitale per studiare possibili investimenti e per espandere il volume del commercio dei due Paesi.

19 febbraio – Si celebra il 32° anniversario della Giornata dei Martiri

20 febbraio – Il Sovrano visita l’azienda casearia di Sciola. – S. M. l’Imperatore riceve un messaggio speciale dal gen. Gowon, capo del Governo federale nigeriano consegnato dal dr. Arikpo, capo commissario degli affari esteri, imperniato sulla guerra civile in quel paese. – L’Imperatore riceve il ministro degl’Esteri della Sierra Leone il dr. Drewah, il quale informa il Sovrano del desiderio del suo paese di stabilire un Ambasciata nella capitale. – Nella serata l’Imperatore offre uno champagne-party ai delegati della 12.a sessione ordinaria del Consiglio dei ministri dell’OUA. – La riunione plenaria della 12.a sessione del Consiglio dei ministri dell’OUA approva il bilancio dell’organismo per il 1969/70.

21 febbraio – S. M. l’Imperatore discute per circa un’ora con i ministri degli Esteri, della Liberia, del Camerun, della Nigeria, del Ghana e con il vice ministro degli Esteri del Congo K. la crisi nigeriana. – l’Imperatore riceve in udienza la missione economica della Germania federale. – Il Consiglio dei ministri dell’OUA nella sua 12.a sessione approva la costituzione di un fondo speciale per organizzare la commissione per la liberazione.

25 febbraio – S. M. I. Haile Selassie I riceve gli alpinisti polacchi che recentemente hanno scalto il monte Ras Dascian.

27 febbraio – L’Imperatore riceve i capi religiosi musulmani in occasione della festività “Qurban Bairam” che si celebra in tutto il paese. – Il governo del Ghana rilascia due pescherecci sovietici catturati nelle sue acque territoriali grazie all’intercessione del Sovrano d’Etiopia.

28 febbraio – Viene definita dal rappresentante regionale per l’Africa dell’Alto Commissario per i rifugiati delle N. U., Michael Moussalli, la convenzione su tale problema, recentemente adottata dall’OUA, come un importante passo avanti.

Bro Ghebre Sellassie

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Alla fiera dei libri Etiopici

L’UNESCO sta fornendo un servizio utile scegliendo specificamente degli anni per evidenziare i problemi basilari urgenti e per far sorgere, a livello mondiale, iniziative per risolverli.
Quest’anno, il 1972, è stato unanimemente dichiarato l’Anno Internazionale del Libro dalla Sedicesima Sessione della Conferenza Generale dell’UNESCO; invitiamo tutti i cittadini a supportare l’evento e a partecipare ai differenti programmi, organizzati per potenziare i suoi obiettivi.

Scegliendo il 1972 come Anno Internazionale del Libro, l’UNESCO spera di evidenziare l’importanza dei libri come uno dei principali strumenti di promozione dell’unità e dello sviluppo dell’umanità; spera di promuovere il tema “libri per tutti” ed enfatizzare il bisogno necessario dei libri nel miglioramento dell’uomo.

L’Anno Internazionale del Libro si figura in un periodo in cui si stanno conducendo studi per trovare strade e modi grazie ai quali i libri possano essere economici ed essere largamente distribuiti. Ciò dovrebbe anche supportare l’incoraggiamento per autori e traduttori a produrre ancor più opere diverse; l’Anno dovrebbe, in particolar modo, aiutare la crescita e la larga diffusione, nel pubblico, di buone abitudini alla lettura.

Nel fondare l’UNESCO dopo la Seconda Guerra Mondiale, il mondo ha cercato di assicurare la pace attraverso l’educazione e la cultura. L’Anno Internazionale del Libro è finalizzato anche al progresso e alla riflessione su questo principio basilare, creando consapevolezza attraverso i libri di differenti popoli e culture.

Per celebrare pienamente l’Anno Internazionale del Libro, è stato costituito un comitato organizzativo nazionale, con gli auspici della Commissione dell’UNESCO, per organizzare diverse attività da portare avanti nel corso dell’anno; è necessario che l’impatto di queste attività vada oltre il carattere cerimoniale e che conduca a misure che contribuiranno al miglioramento, all’arricchimento e ad un amore più grande per la letteratura e la lettura. L’Etiopia è famosa per la sua ricca letteratura ed è gratificante notare, come manifestato dalla Fiera dei Libri di Testo, organizzata un anno fa dal Ministero dell’Educazione e delle Belle Arti, che si stanno sempre più pubblicando libri appropriati per i bisogni odierni. Purtuttavia, lo sviluppo dei libri rilevanti per le nuove necessità e per la società contemporanea è ancora ad uno stadio infantile. Carenza di personale qualificato, di finanziamenti, e l’assenza di raffinate industrie editoriali ha reso necessario il ricorso, sebbene temporaneamente e in maniera sempre minore, all’importazione di libri dall’estero.

L’importazione di libri è costosa ed è una soluzione temporanea; dovrebbe essere data priorità alla pubblicazione di libri di lettura generale e libri di testo, radicati allo scenario etiopico, che soddisfino i bisogni del pubblico. Gli scrittori hanno continuato responsabilmente a condividere le proprie conoscenze, scrivendo e ricevendo più soddisfazione dal servizio reso piuttosto che dalla retribuzione economica che avrebbero potuto ricavare.

Tutti coloro i quali sono coinvolti nell’industria editoriale devono prendere iniziative che assicurino la produzione di libri che possano incontrare le necessità del Paese. E’ essenziale che vengano compiute opere per incoraggiare una maggiore partecipazione di un pubblico più vasto e per assicurare che i libri non vengano prodotti solo per rispondere ai desideri degli eruditi e degli intellettuali; in aree come la letteratura, nelle quali sono stati compiuti sforzi a livello mondiale e nelle quali l’Etiopia sta partecipando in maniera crescente attraverso programmi letterari funzionali, la necessità di ulteriore materiale è intensa ed è una seria preoccupazione.

Non è sufficiente abilitare l’individuo a leggere e scrivere se poi si deve tornare all’analfabetismo; si dovrebbe dare massima priorità, quest’anno, focalizzato sullo sviluppo dei libri, alla creazione di attività che aiutino la produzione di materiale per andare avanti. L’Anno Internazionale del Libro è un’occasione appropriata e tutto quelli che sono coinvolti in attività connesse alla produzione di libri dovrebbero unire i propri talenti per accelerare la produzione di letture interessanti, e assicurare che vengano creati e istituiti adeguati meccanismi per la coordinazione e la promozione della pubblicazione e della distribuzione di libri.

Esprimiamo il nostro ardente desiderio che l’Anno Internazionale del Libro porti risultati fruttuosi e sollecitiamo tutti gli etiopi a supportare lo spirito e gli scopi di questo evento, partecipando alle sue varie attività. Speriamo inoltre che quest’occasione aiuti a rafforzare e coltivare l’amore per la lettura, e la ricerca di strade e strumenti grazie ai quali la grande maggioranza del popolo etiopico, nel prossimo futuro, potrà avere facile accesso al patrimonio dei libri.

23 Febbraio 1972

"Important Utterances of H.I.M. Emperor Haile Selassie I" – pagg. 322-324

Bro Viktor Tebebe


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5° Anniversario della Liberazione


Per commemorare il 5° Anniversario della Liberazione viene pubblicata questa serie composta da 5 francobolli che ha come caratteristica costante la presenza delle due Maestà: l'Imperatrice sul lato sinistro e l'Imperatore sul destro. I francobolli si differenziano, oltre che per il valore, per la colorazione e la simbologia centrale che porta un significato carico di Potenza.

20 cent: Blu – Scettro e Globo
30 cent: Arancione – Leone ed Africa
50 cent: Viola - Stemma Imperiale
80 cent: Verde - Lancia e Scudo
1 dollaro: Rosso - Trinità

20 Cent:


Lo Scettro ed il Globo simboleggiano il Potere nelle mani di Sua Maestà Imperiale che non può essere separato da Lui (“ Lo scettro non sarà rimosso da Giuda” Genesi 49:10).

30 Cent:


Il Leone che posa la zampa sull'Africa simboleggia la protezione per il proprio continente concretizzato dall'Etiopia con la vittoria sugli aggressori colonialisti in ogni epoca.

50 Cent:


Lo Stemma della dinastia Salomonica si riafferma in Sua Maestà come piena manifestazione della Rivelazione. (“Non piangere più; ha vinto il leone della tribù di Giuda, il Germoglio di Davide, e aprirà il libro e i suoi sette sigilli" Rivelazione 5:5 )

80 Cent:


Lo Scudo e la Lancia rappresentano l'incrollabile volontà del popolo etiope di difendere e custodire il proprio paese durante i secoli (sottolineiamo inoltre l'ampio divario tra l'artiglieria etiope e quella italiana in entrambe le invasioni).

1 Dollaro:


Culmine di questo percorso simbolico e la Trinità. Simbolo stesso del Suo Santo Nome Haile Selassie Potenza della Trinità.

Bro Gabriel


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Let food be your medicine...


LA CANNELLA

img Abbiamo visto nello scorso numero che durante l’inverno il nostro organismo necessita di aiuto per mantenere il calore, perché disperderlo potrebbe portare ad ammalarci.

Sicuramente la maniera migliore per immagazzinare e custodire calore è una sana ed equilibrata alimentazione che può radicalmente cambiare il modo in cui viviamo una stagione ‘difficile’ come l’inverno può diventare se non teniamo strette alcune precauzioni.

Esistono cibi in natura in grado di apportare calore offrendoci così l’opportunità di bilanciare il calore interno ed il freddo esterno. Anche grazie alla Medicina Tradizionale Cinese impariamo a distinguere questi alimenti.

Durante l’inverno è buona abitudine consumare pietanze ben cotte (possibilmente a fuoco lento e con poca acqua.. eccetto le zuppe ovviamente che sono invece molto importanti), i cibi crudi portano freddo quindi bisogna bilanciarli bene in questa stagione.

E’ importante includere molti prodotti che crescono sotto terra in quanto apportano più calore al corpo, la loro energia è concentrata e non dispersa...così come il nostro corpo deve concentrare e non disperdere il calore quando fuori è freddo .

Un aiuto notevole sono le spezie e le erbe medicinali, queste infatti combinate con una sana alimentazione ci assicurano, a seconda della stagione, un contributo notevole verso l’equilibrio alimentare che è il nostro obiettivo per la salute.

Abbiamo parlato del ginger diversi numeri fa, ora concentriamoci sulla Cannella e le sue proprietà così importanti soprattutto per aumentare e custodire il calore interno.

Esistono due piante della cannella da cui ricaviamo la spezia:
Cinnamomum zeylanicun e la Cinnamomum Cassia, entrambe appartenenti alla famiglia delle Lauracee, la prima viene comunemente chiamata Cannella Regina (originaria dello Sri Lanka)e la seconda Cannella Cinese(proveniente dalla Cina).

La cannella non si ricava dalle foglie ma direttamente dai rami e dalla parte interna della corteccia che viene tagliata ed essiccata prendendo la classica forma ‘a tubetto’. E sempre consigliabile usare una pianta giovane perché avrà maggiori proprietà.

E’ una pianta composta dal 10% di acqua e per il resto contiene zuccheri, fibre, proteine in scarsa quantità; possiede qualche minerale come calcio, manganese, magnesio, oltre a potassio, sodio, selenio e zinco.

Contiene anche vitamine come: la vitamina A. alcune vitamine del gruppo B, e nello specifico le vitamine B1, B2, B3, B5, B6, l'acido ascorbico o vitamina C, vitamina E, K e J.

Contiene anche alcuni aminoacidi: alanina, arginina, acido glutammico, acido aspartico, leucina, lisina, valina, treonina, glicina e triptofano.
Importante ricordare che soltanto la Cannella Regina possiede notevoli qualità perché la sua ‘sorella’ cinese viene considerata molto più povera e quindi trascurata in medicina e in cucina.

Nella Medicina Tradizionale Cinese, la Cannella viene usata moltissimo per le sue proprietà riscaldanti, e perché riesce a disperdere il freddo accumulato ristabilendo l’equilibrio.

Ecco perché viene consigliata per malattie da raffreddamento o anche respiratorie come asma e bronchiti.

Mentre disperde il freddo riassesta i livelli energetici soprattutto dei reni (organi più interessati durante l’inverno). Viene spesso consigliata per favorire la circolazione, soprattutto quella periferica combattendo così il classico sintomo di molte persone: corpo caldo ma piedi e mani fredde.

Contiene Cumarina, un elemento in grado di alleggerire il sangue rendendolo molto più fluido, ecco perché molta cannella è sconsigliata a chi è già in cura per anticoagulazione.

Questa spezia è in grado di sbloccare l’energia yang, quindi calda, nel corpo soprattutto a livello respiratorio e circolatorio, è quindi un buon aiuto oltre che per tosse, respiro corto e bronchi infiammati anche per palpitazioni.

Non solo, siccome disperde il freddo è ottima anche in caso di mancanza di appetito, spesso infatti questo problema può essere dovuto ad uno squilibrio energetico intestinale cioè troppo freddo e non abbastanza energia calda; con un po’ di cannella il QI riprende a circolare permettendo così la ripresa delle funzioni intestinali, ecco perché viene consigliata anche nei casi di irregolarità intestinale e gas, ma attenzione: troppa cannella potrebbe portare eccessiva attività intestinale quindi avere effetti lassativi.

La cannella è spesso combinata con altre erbe come liquirizia, astragalo, per decotti utilissimi per rinforzare tutto l’organismo .

Inoltre la cannella è un antisettico naturale in grado di combattere ed eliminare funghi, virus e batteri; possiamo infatti notare in commercio molti prodotti a base di questa spezia come creme, colluttori e dentifrici.

Secondo recenti studi, i cui risultati sono stati pubblicati sul Journal of American College of Nutrition, è stato dimostrato come la cannella aiuti a regolare la percentuale di zuccheri nel sangue venendo così in aiuto a diabetici ed iperglicemici.

Non solo, questa spezia, oltre a favorire il processo digestivo, rappresenta un ottimo strumento di prevenzione dei confronti della fermentazione addominale.

La cannella è in possesso di proprietà aggressive nei confronti del fungo Candida albicans e del batterio chiamato Escherichia coli, responsabili entrambi di infezioni alle vie urinarie.

La cannella è anche nota per il suo effetto stimolante: aiuta ad alleviare gli stati di spossatezza soprattutto dopo malattie come l'influenza e la dissenteria; è antisettica per le vie respiratorie ed apporta benefici in caso di raffreddore ed alitosi.

Questa spezia può essere anche usata come disinfettante; infatti in caso di ferite sulla pelle, dopo averle pulite, le si possono cospargere con polvere di cannella.

Infine, le proprietà antiglicemiche di questa spezia, contribuiscono a placare gli stimoli della fame tra un pasto ed il seguente che sono caratteristici nei pazienti interessati da glicemia.

La cannella è anche un ottimo digestivo perché ha la capacità di favorire la scissione dei grassi;stimola infatti un enzima chiamato Tripsina.

Basta quindi una semplice tisana per aiutare a regolare la digestione o tenere a bada la nausea durante dissenteria o malattie intestinali.

Facciamo dunque tesoro delle proprietà e benefici di una pianta così dolce al gusto e così generosa nella cura dell’organismo durante l’inverno.

Bro Julio


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Report: Yawenta center


Benedizioni e saluti nel Prezioso e Santo Nome Qadamawi Haile Sellassie, cara Famiglia!

Come molti di voi sanno, durante il mese di Gennaio nella Misericordia e nell’Amore dell’Altissimo anche noi abbiamo avuto finalmente, dopo una lunga attesa, la benedizione e l’onore di raggiungere la nostra amata Etiopia. Non ci sono parole per esprimere le emozioni e l’immensa gratitudine!

Tra i momenti potentissimi, le emozioni forti, le esperienze meravigliose e le tante riflessioni che la Terra Santa ci ha regalato, vorrei condividere con voi la possibilità che abbiamo avuto di visitare il Centro per l’infanzia Yawenta. Il nostro scopo era quello di raggiungere il Centro sia per il rapporto che ci lega ormai da anni sia per consegnare del materiale e incontrare Sister Berenice, che attualmente lo gestisce, e ringraziamo il Re di essere riusciti nei nostri intenti.

Prima della partenza, e principalmente a ridosso delle feste, avevo organizzato una raccolta di materiale in base alle richieste che la Sister aveva pubblicato sul web.

Oltre al passaparola tra conoscenti, amici e parenti, abbiamo fatto stampare dei volantini e delle locandine contenenti l'elenco dei materiali stessi, e li abbiamo portati presso cartolerie e farmacie assieme ai depliant pieghevoli del Centro preparati nei mesi scorsi in formato .pdf (a questo proposito voglio fare di nuovo i complimenti a Sis. Marianna, poiché è stata una grande soddisfazione vederli stampati e su carta sono ancora più belli!).

Molte persone hanno preso a cuore questa raccolta e si sono mobilitate, tanto che non siamo neppure riusciti a trasportare in Etiopia tutto il materiale che ci era stato donato (ma che potremo inviare in futuro), e abbiamo dovuto fare una selezione. Una cartoleria di Campobasso ci ha supportato fornendo due pacchi di materiale utilissimo. Abbiamo inoltre ricevuto donazioni anche durante una delle serate di Rockfort Roots organizzata da Viktor con Psalm Collective il 28 Dicembre.

Principalmente abbiamo selezionato vestiti e scarpe, materiale per l’igiene, medicinali e disinfettanti, materiale scolastico di ogni tipo e qualche gioco di quelli richiesti dalla Sister.

Una volta in Etiopia abbiamo avuto la possibilità di incontrare in vari momenti, sia ad Addis Ababa che a Shashamane, Sis. Berenice e il suo kingman, Ras Carl, di passare del tempo insieme, conoscerci, ricevere aggiornamenti sul loro lavoro e concordare nuovi modi per collaborare e mantenere una linea comune ai fini della cooperazione. Grazie all’incontro personale, andremo avanti con ulteriori energie e maggiore fiducia nel portare avanti i progetti già avviati, e magari intreprenderne di nuovi di cui discuteremo presto.




Sempre grata al Re dei re che ci permette di andare avanti ogni giorno, di raggiungere sempre più unità tra di noi Suoi figli, di portare a termine i nostri propositi secondo la Sua Volontà.

Possa il Signore custodirci nel Suo Amore e permetterci di riabbracciarci tutti presto!




Sis Marida

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