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Newsletter FESIKA 2014

20 aprile: Fesika (Pasqua) 


Saluti regali, benedizioni a voi e alle vostre famiglie, cari fratelli e care sorelle.
Buona Pasqua nel Nome del nostro Salvatore e Redentore, Figlio di Dio morto per la salvezza del mondo e delle nostre anime, risorto per ascendere alla Gloria del Trono Celeste e tornato in Gloria per assidersi sul Trono di Davide in Terra e manifestare e manifestarci il Suo Regno.

Possano in questo giorno di gloria risorgere con Cristo e a immagine del Signore le nostre anime, le nostre menti e i nostri corpi, insieme, e ogni giorno rinascere ancora per perfezionarci sempre, superare la nostra condizione verso quella condizione edenica che è stata mostrata e promessa ai nostri padri.

Con molta gioia e altrettanta gratitudine, vi salutiamo e vi diamo il benvenuto. Abbiamo un piccolo motivo in più per rallegrarci nel celebrare questa Fasika: la newsletter FARI nella sua edizione speciale!!
Quest’anno, essendo la Pasqua in una data distante dall’uscita mensile della newsletter, la redazione ha pensato di proporvi un numero in più con dei contenuti speciali e dedicati, che i fratelli e le sorelle hanno prodotto, tradotto e proposto.
Senza dilungarci troppo, questo editoriale vuole essere una breve - spero - presentazione e un augurio da parte nostra: vogliamo dunque ancora una volta ringraziare i nostri collaboratori, il cui apporto per la stesura di queste pagine è fondamentale e impagabile, nella speranza che questo e tutti i lavori di InI possano essere minimamente bastevoli per ripagare ciò che il Signore ha fatto e continua a fare per noi ogni giorno. Per contattare la redazione, come sapete, per ogni informazione o proposta, l’indirizzo è publicrelations@ras-tafari.com.

In questo numero speciale troveremo quattro contributi molto interessanti, ed un video, che probabilmente alcuni di voi avranno già visto, ma che rimane significativo e che ci è piaciuto proporvi.

Il primo contributo, che fa da apertura e che, possiamo dire, prepara al strada propedeuticamente al successivo, è del nostro caro Ras Isi, che ci ha inviato un estratto dal libro di San Gregorio di Nissa, Padre della Chiesa, intitolato “La grande catechesi”: in questo articolo avremo modo di approfondire e meditare, come suggerisce il titolo stesso, sulla necessità della morte del Cristo che ci ha salvati dalla nostra condizione misera, morente, perché doveva morire per assomigliarci, noi che eravamo morti nel peccato, doveva umiliarsi per assumere pienamente la condizione umana, per poter assurgere a gloria celeste in eterno, e mostrare all’uomo quale è il suo destino.

Proseguendo oltre ma rimanendo in tema di patristica, il secondo contributo, giuntoci dalla sister Tseghe, è una produzione a quattro mani, in collaborazione con il fratello Tino: si tratta di un articolo ispirato a e da un libro particolarmente prezioso e unico, della tradizione etiopica, il Meshafe Mestir, o Libro del Mistero, di Qiddus Gyorghis di Sagla.
I nostri fratelli hanno scelto degli estratti di alcuni dei ragionamenti del santo padre della Chiesa attraverso cui InI potremo investigare e meditare ancor più profondamente sul mistero della passione, morte e resurrezione del Figlio dell’Uomo, grazie all’interpretazione che lo stesso santo fornisce di passi ed eventi delle Sacre Scritture.
Agli occhi di un Rasta nel ventunesimo secolo, a nostro avviso, questi sono spunti e stimoli interessanti per realizzare come poi, nella vita del King, sebbene in forme diverse, le “dinamiche” della storia salvifica si siano rivelate le stesse, e il Re abbia percorso un sentiero diverso dalla prima venuta nelle sue esplicazioni, ma simile nelle sue realtà spirituali.

Ed è proprio a motivo di ciò che vi proponiamo gli ultimi due contributi, prima di lasciarvi al video e a questa giornata santa, che ci auguriamo ognuno di noi trascorrerà in famiglia e con i propri cari, in unità, armonia e pace.

Il primo di questi due è ancora un estratto, ma questa volta da “My Life and Ethiopia’s Progress”, autobiografia del Nostro Imperatore, che duemila anni dopo la passione che lo condusse sulla croce, conosce una nuova tribolazione, questa volta non nel suo corpo fisico, ma nel suo corpo ideale, che è l’Etiopia, il Suo Regno, alla quale tribolazione segue però, ora come allora, una salvezza e una glorificazione e una gioia maggiore.
Il fratello Ras Isi ci ha infatti inviato questo suo secondo articolo, e per questo lo ringraziamo: l’estratto dell’autobiografia riguarda appunto i giorni intorno alla Pasqua del 1936, che precedettero l’esilio del Re in Inghilterra.
Contributo ovviamente denso e interessante, le parole del Sovrano d’Etiopia ci condurranno nei momenti e nei giorni difficili della guerra e dell’esilio, e possiamo solo immaginare lo sconforto e la tristezza che il Re e il popolo potevano provare in quei giorni di dubbio e tribolazione, che infine però si sono risolti con una vittoria del bene e della giustizia sul male, l’iniquità e la morte.
Il secondo contributo, ultimo di tutto il lavoro che la redazione ha prodotto per questo giorno, è del fratello Ras Iyared, che salutiamo e accogliamo su queste pagine ancora una volta: si tratta di una sua produzione, una meditazione che il Cappellano di FARI ha voluto proporre, dal quale, ne siamo certi, si potranno cogliere spunti di riflessione sulla conduzione delle nostre livity e sulla comprensione del fatto che, sebbene il Re si sia rivelato manifestamente, è sempre una grazia, e non un merito, l’aver ricevuto la “conoscenza” e la Visione del Re; eppure il Suo operato e le Sue Vie rimangono insondabili e imperscrutabili, e la nostra relazione con Lui non è esclusiva.

A chiudere questo numero dedicato alla Fasika 2014, un video di cui consigliamo la visione: si tratta delle riprese della funzione del Giovedì Santo, alla quale prese parte il Nostro amato Signore con la famiglia imperiale, nella Chiesa della Santa Trinità ad Addis Ababa.
Al di là del fatto che, come chiaramente ogni immagine o ripresa che riguarda l’Imperatore, anche questa vale la pena di essere guardata, alla visione di questo video si accompagna anche una meditazione semplice e forse anche banale, ma che è stata suggerita più volte nel corso di questa newsletter, e che vogliamo ancora condividere.
Ad un tratto, si vedrà il Nostro Re al quale vengono lavati i piedi: nella prima venuta si è umiliato, lavando anche i piedi ai suoi discepoli, per farsi servo dei servi, perché oggi potesse essere innalzato e servito. Alla luce di questo video, quando Lui ci dice “Io vi ho dato l’esempio, perché come ho fatto io, facciate anche voi”, comprendiamo come anche noi possiamo oggi conquistare la corona della salvezza e della regalità, servendoLo, e servendoci vicendevolmente, con amore e dedizione.

Rinnovando ancora una volta gli auguri e le benedizioni di tutta la redazione per questa Santa Festività, vi auguriamo Melkam Fesika.

Nella speranza di non avervi annoiato, e di aver reso, attraverso quest’umile lavoro comune, un piccola opera degna agli occhi del Re dei re, e dei nostri fratelli e sorelle, vi diamo appuntamento al 7 Maggio per il prossimo numero, a Dio piacendo.

Sebhat-le Ab, Sebhat-le Wold, Sebhat-le Menfes Qiddus, Ahadu Amlak.

Viktor Tebebe




Sommario:

Sulla Necessità della Morte del Cristo

Meditazioni sulla Pasqua estratte
dal Libro del Mistero di Gyiorghis di Sagla


Ras-Tafari Pass-Over

Le Giornate intorno alla Pasqua del 12 Aprile 1936 che precedettero l’Esilio di Sua Maestà l’Imperatore Hayle Selassie I in Inghilterra durante la Guerra dell’Italia fascista contro l’Etiopia

Video: Emperor Haile Selassie I,
Easter in Ethiopia




Sulla Necessità della Morte del Cristo


Il fatto, dunque, che la fede non sia entrata in tutti gli uomini non è da imputare alla bontà di Dio, bensì alla disposizione di chi riceve il messaggio evangelico

San Gregorio di Nissa

Con lo stesso spirito di chi disse: “Ciò che la vita mi ha insegnato desidero condividerlo con chi ha buona volontà di ascoltare” ho voluto dedicare a tutti i nostri cari lettori, fratelli e sorelle, questo breve testo di patristica del padre nostro Gregorio di Nissa. Il brano è tratto dal libro intitolato “La grande catechesi”. La sua composizione avvenne in un periodo in cui sorsero diverse eresie. Anche per tale ragione l’autore, rivolgendosi con questa opera non ai catecumeni ed ai fedeli ma ai dirigenti ecclesiastici, ai maestri ed ai catechisti che nella Chiesa avevano il compito di promuovere nei credenti un’adeguata formazione relativa al patrimonio dottrinale della tradizione apostolica, ha tenuto conto delle tendenze ereticali interne allo stesso cristianesimo, ma anche delle difficoltà e dei preconcetti che provenivano in particolare dall’ambiente giudaico e da quello pagano. Buona lettura con l’augurio di una santa e serena Pasqua.

Cap. XXXII. – “Quale altra critica, oltre queste, oppongono ancora gli avversari? Innanzi tutto che la Natura Sovrana non doveva in alcun modo giungere all’esperienza della morte, ma che avrebbe potuto senza questa prova realizzare facilmente il Suo piano con la sovrabbondanza della Sua potenza. Che se anche ciò (l’incarnazione) doveva avvenire per una ragione misteriosa, Dio non doveva però anche assoggettarsi all’ingiuria di una morte infame. Quale morte infatti poteva essere più infame, dicono, della morte di croce?

Che cosa rispondiamo a queste obbiezioni? Che la nascita rende inevitabile la morte. Colui che una volta aveva deciso di far parte dell’umanità doveva necessariamente passare attraverso i momenti propri della nostra natura. Se pertanto, dato che la vita umana è contenuta in due limiti, entrato Dio nel primo (la nascita) non avesse raggiunto il secondo (la morte), il Suo disegno sarebbe rimasto incompiuto per non avere assunto uno dei due stati che caratterizzano la nostra natura.

Conoscendo con esattezza il mistero si potrebbe forse dire più giustamente che non è stata la nascita a causare la morte, bensì il contrario, che cioè a causa della morte è stata assunta da Dio la nascita; non per il bisogno di vivere si è sottoposto alla nascita corporale Colui che è eterno, ma per la volontà di richiamarci dalla morte alla vita. Poiché dunque bisognava che dell’intera nostra natura avvenisse il richiamo dalla morte, Dio si è piegato sul nostro cadavere tendendo per così dire la mano a colui che giaceva, e si è accostato alla morte fino ad assumere lo stato di cadavere e ad offrire alla natura per mezzo del proprio corpo il principio della risurrezione, risuscitando l’uomo intero con la Sua potenza.

In realtà, poiché l’uomo in cui Dio si era incarnato, innalzato poi insieme alla divinità mediante la risurrezione altro non era se non uomo della nostra stessa natura, come nel nostro corpo l’attività di uno solo dei sensi suscita una sensazione comune a tutto quanto l’organismo che è unito con quella parte, così, costituendo tutta la natura come un solo essere vivente, la risurrezione di un membro si estende a tutto l’insieme, allargandosi ugualmente da una parte al tutto per la continuità e l’unione della natura. Che vi è dunque di strano nella nostra dottrina circa il mistero (dell’incarnazione) se Colui che sta in alto si piega verso colui che è caduto allo scopo di risollevarlo?”

Bro Ghebre Sellassie

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Meditazioni sulla Pasqua estratte
dal Libro del Mistero di Gyiorghis di Sagla


Benedizioni nel Nome del Padre Terribile e Misericordioso, del Figlio che si è a noi manifestato come Agnello e come Leone, e dello Spirito Santo, il Paraclito. Vi proponiamo, sperando di fare cosa gradita agli occhi del Signore che non potremo mai ripagare adeguatamente per la Grazia che ci ha concesso e che ci continua a concedere, e sperando di servire umilmente voi Fratelli e Sorelle, degli estratti tratti dal Mashafa Mestir (Libro del Mistero) scritto da Qiddus Giyorgis di Sagla, beneamato Padre della nostra Chiesa ,strenuo difensore della preservazione della Fede Ortodossa Tewahedo d’Etiopia dalla contaminazione di varie eresie che si svilupparono all’interno del primo Cristianesimo. Innanzitutto ci teniamo a precisare che vi proponiamo degli estratti di ragionamenti che Qiddus Giyorgis svolge in maniera molto più dettagliata e profonda e preghiamo di non avere arrecato danno alla potenza e alla bellezza della parola del nostro amato Santo nella nostra opera di selezione e ordinamento logico, opera che si è resa necessaria per la pubblicazione all’interno del numero della newsletter dedicato alla celebrazione della Fasika.

Nel nome di Dio, sublime dei sublimi nella sua sublimità,
il santo dei santi nella sua santità,
il puro dei puri nella sua purità,
il terribile dei terribili nella sua terribilità,
il principe dei principi nel suo principato,
ed il sapiente dei sapienti nella sua intelligenza,
di cui non si può dire: da quando (esiste) la sua essenza e fino a quanto (dura) la sua esistenza?
Tanto è la sua lunghezza e tanto la sua larghezza
e qui è la parte del capo e qui la parte dei piedi,
di qui è la sua provenienza e fin qui il suo punto d’arrivo,
perché egli è pieno in ogni dove, operatore di prodigi in ogni giorno.
Nei secoli dei secoli. Amen.


L’umanazione del nostro Salvatore avvenne nel periodo in cui i figli d’Israele ed i figli di Giuda erano sottoposti al dominio dell’impero romano, al tempo di Cesare Augusto; mentre Erode era re di Galilea e Cornelio principe di Siria. L'ultimo Erode prima ha peccato con il sangue di Giovanni, che è il più grande dei profeti, e poi si è associato ai crocifissori nel versare il sangue di Cristo Gesù, come dice l'Evangelista: “ Udito ciò Pilato domandò ai galilei se era un galileo, e saputo che apparteneva alla giurisdizione di Erode, lo mandò da Erode che in quel giorno si trovava Gerusalemme. Vedendo [Gesù] Erode si rallegrò perché da molto tempo desiderava vederlo, per averne sentito parlare e voleva vedere qualche miracolo compiuto da Lui. Lo interrogò su molte cose ma egli non rispose nulla, c'erano là in piedi i sommi sacerdoti e gli scribi che lo accusavano su molte cose. Erode e i suoi soldati lo dileggiarono, lo schernirono, lo rivestirono di una veste preziosa e lo rimandarono a Pilato. In quel giorno Erode e Pilato si riconciliarono perché prima avevano avuto una lite”. Veramente dunque il re di Galilea ed il principe di Gerusalemme si accordarono sul sangue dell'innocente, abbandonarono la loro lite precedente e si unirono contro il Messia del Signore ai crocifissori, come dicono gli apostoli spiegando il salmo 2: “ Perché le genti si sono radunate e i popoli hanno tramato coste vane? I principi si riunirono insieme a loro contro il Signore e contro il suo Messia”. Erode e Pilato hanno congiurato veramente contro il Messia del Signore, per questo fu rimosso il regno di Galilea. - InI coscienti del secondo avvento del Cristo, abbiamo visto il ripetersi della storia e il compimento finale di tutte le parole del Salmista durante l’invasione da parte dell’Erode fascista.

Parliamo, dunque, delle ore della passione del nostro Dio. Nella sera del giovedì in cui venne arrestato, Egli mangiò la Pasqua con i suoi discepoli. Dopo cena, nella prima ora della notte, lavò i piedi ai suoi discepoli; nella seconda ora della notte, diede loro il suo corpo e il suo sangue; nella terza ora della notte, parlò a lungo esortando i suoi discepoli e annunziando la venuta dello Spirito Santo; nella quarta ora della notte, alzò gli occhi al cielo, pregò a lungo suo Padre per i suoi discepoli, affinché li rendesse una sola cosa con Lui, come Egli è una sola cosa con suo Padre; nella quinta ora della notte, si ritirò in disparte e, prostrato a terra, cominciò a pregare tanto che il sudore scorreva come gocce di sangue. Ritornato ai suoi discepoli, li trovò addormentati; li svegliò e disse poi a Pietro: “Non siete stati capaci di vegliare con me un ora? Pregate per non entrare in tentazione”; nella sesta ora della notte venne Giuda con i soldati della coorte, e arrestarono il Signore Gesù e lo condussero legato; nella settimana ora della notte, lo presentarono davanti al sommo sacerdote Anna ed ivi Pietro negò quando gli chiese la figlia del portinaio; nell’ottava ora della notte, Anna lo inviò legato da Caifa; nella nona ora della notte, Pietro rinnegò per la seconda e per la terza volta. Allora cantò un gallo e Pietro, ricordatosi delle parole che gli disse il Signore Gesù: “Finché il gallo canta, mi rinnegherai tre volte”, Pietro uscì fuori e pianse amaramente. Là, il Signore Gesù trascorse la notte finché venne l’alba, mentre lo schernivano e lo insultavano e prezzolavano falsi testimoni contro di Lui, che dicevano: “Noi l’abbiamo sentito dire: posso distruggere questo tempio fatto dalla mano e in tre giorni costruirne un altro non fatto dalla mano”. Appena venne l’alba lo portarono da Pilato, ma non entrarono nel cortile per non contaminarsi, finché mangiassero la Pasqua. Pilato, infatti, il loro governatore, era romano, indegno di celebrare la Pasqua. E per questa ragione si astennero dall’entrare nel suo cortile. Pilato, dunque, uscì fuori verso di loro, e domando loro : “Qual è il delitto di quest’uomo?”. I sommi sacerdoti gli risposero: “Se non fosse un malfattore non te lo avremmo consegnato”. Allora Pilato entrò nel cortile per interrogare il Signore Gesù, ma non trovò in Lui nessun delitto. Allora usci fuori dai giudei e disse loro: “io non trovo in quest'uomo nessuna di quelle colpe di cui voi lo accusate”. I giudei gli risposero: “Noi abbiamo una legge, e secondo la nostra legge è giusto che muoia perché si è fatto figlio di Dio”. Per quale ragione dunque essi dissero “noi abbiamo una legge, secondo la nostra legge è giusto che muoia perché si è fatto figlio di Dio”? Avevano, dunque, un motivo a pronunziare questo discorso. Il Sacro Pentateuco dice: “ usci un figlio di una donna israelita chiamata Selomit, figlia di Daber della tribù di Dan e di un egiziano; questi bestemmiò il nome del Signore, e il popolo trasse fuori quell'uomo e lo presentò davanti a Mosé. Mosé chiese l'oracolo di Dio, e intanto lo tennero in custodia ma nessun giudizio fu dato sul come trattarlo. Dio parlò a Mosè e gli disse: “ Conduci quel bestemmiatore fuori dall'accampamento e il popolo ponga le mani sul suo capo e lo lapidi”. Per questa ragione Paolo dice: “ Mentre gli israeliti seguendo la loro legge non sono riusciti a giustificarsi”. Pilato, non riuscendo a farli desistere, lo sottopose alla flagellazione e glielo consegnò affinché venisse crocifisso. Giunti sul Golgota, alla terza ora, inchiodarono la sua croce eressero pure le croci dei due ladroni a destra e a sinistra e la croce del Signore Gesù era in mezzo ad essi; alla sesta ora lo innalzarono sul legno della croce e inchiodarono le mani e i piedi con chiodoni di ferro, con la faccia e la croce rivolte verso il settentrione, come dice il profeta Geremia: “ Il Signore mi parlò dicendo: che cosa vedi Geremia?” risposi: “ una verga di mandorlo e un bastone dell'albero di noce”. Il Signore Dio mi disse: “ Hai visto bene poiché io vigilo sulla mia parola per realizzarla”. Che cosa dunque è una verga di mandorlo se non il legno della croce del figlio che è stato eretto come un candelabro per illuminare tutto il mondo? Perché anche prima, nell'arca della testimonianza, la pianta di mandorlo è stata scelta per essere il bastone del sacerdozio e quando lo posero nella tenda della testimonianza fiorì un fiore di buon odore e produsse frutti maturi di mandorle e, tirato, in sorte toccò ad Aronne. Inoltre che cosa è un bastone di noce? L’ albero di noce raffigura la sua posizione orizzontale del legno della croce, come dice il profeta Abacuc: “ Hai teso, hai innestato il tuo arco sui bastoni dice il Signore” come Mosé eresse un legno di croce con sopra un serpente di rame nel deserto e fu posto in forma di croce così è avvenuto anche con il legno della croce del nostro Salvatore, come disse il nostro Signore nel Vangelo: “ Come Mosé innalzò il serpente nel deserto così dovrà essere innalzato il Figlio dell'uomo”. Giovanni Evangelista dice: “ Si fecero consegnare il Signore Gesù, lo fecero uscire fuori portando la sua croce e lo condussero al luogo chiamato Cranio”. Luca, con gli altri Evangelisti dice: “ Costrinsero un certo Simone Cireneo, il padre di Alessandro e Rufino, mentre rientrava dalla campagna di portare la croce di Cristo”. Giovanni racconta che il Signore Gesù ha portato la croce dal tribunale di Pilato fino al Cranio, e gli altri tre Evangelisti raccontano che Simone Cireneo ha portato la croce del Signore Gesù dal luogo dove lo flagellarono al luogo dove lo crocifissero. Chi di questi smentite voi? Lungi dai maestri [tal cosa]! Io credo che non vi è alcuna menzogna sulla bocca dei suoi discepoli. Perché i tronchi della croce erano due, quello portato dal Signore Gesù lo conficcavano nella terra verticalmente, quello portato da Simone invece lo posero orizzontalmente a forma di croce, e lo inchiodarono perché non si muovesse con chiodoni di ferro, chiamato sador, che significa primo, e poi inchiodarono la palma della mano del Signore Gesù, su una delle estremità della croce, con un chiodone di ferro che è chiamato alador ,che significa secondo, poi inchiodarono anche l'altra palma sull'altra estremità della croce con un chiodone di ferro chiamato, danat che significa terzo, indi inchiodarono i suoi piedi attaccando l'uno sull'altro sul tronco della croce con chiodoni di ferro chiamato adera che significa quarto. Dopo quando il corpo del Signore Gesù fu disteso con le braccia aperte ed i piedi attaccati, Pilato prese un chiodone di ferro e lo conficcò sulla punta della croce al di sopra del capo del Signore Gesù e scrisse un'iscrizione su una tavoletta di legno. L'iscrizione recitava “ Il Signore Gesù Nazareno, il re dei Giudei “. L’ iscrizione era fatta in lettere ebraiche, in lattine e in greche, e la porse al di sopra del capo del Signore Gesù appendendola al chiodo di ferro che egli aveva conficcato chiamato rados che significa quinto.

Ritorniamo dunque alla spiegazione della profezia di Geremia che dice “ Vedo una verga di mandorlo e un bastone dell'albero di noce”. Abbiamo stabilito l'interpretazione della verga di mandorlo come verga della croce, perché il legno della croce non è un legno dell'albero di noce, né un legno dell'albero di mandorlo, ma è un albero d'ulivo. Il profeta lo chiama l'albero di mandorlo per il suo profumo e l'albero di noce per la dolcezza del suo frutto. Il frutto della croce poi è Cristo che è dolce per chi lo mangia profumato per chi lo annusa. Così anche Cristo è chiamato agnello per la sua mansuetudine e vitello ingrassato per l'immolazione del suo corpo, mentre non è un agnello nella sua natura né un vitello nella sua sostanza, ma è Dio nella sua divinità e uomo nella sua umanità. Questa umanità che è stata avvolta in panni, è stata circondata dalle ali dei Cherubini. Questa umanità che è stata tenuta in braccio sulle ginocchia, si è seduta sul carro di fuoco. Questa umanità che ha sofferto sete e fame in questo mondo, è ascesa alle altezze dei luoghi sublimi, dove non hai bisogno di mangiare il pane, né di bere il vino, né l’idromele o l’acqua. Questa umanità che è stata oggetto degli insulti dei servi del sommo sacerdote e dei soldati di Pilato, venne glorificata dalla bocca dei Cherubini e dei Serafini. Questa umanità che stette nuda davanti al tribunale di Pilato, è stata ricoperta con il velo di splendore di gloria, ed è stata avvolta dal sipario di nube di fuoco. Questa umanità che è stata schiaffeggiata sulle guance, è salita al cielo mentre le si sbattevano le ali di fuoco delle celesti schiere, e si è seduta alla destra del Padre. Questa umanità le cui mani sono state distese sul legno della croce, che fu stirata a destra e a sinistra, in alto e in basso, quando è asceso nei cieli, la gloria del suo regno si è estesa dal sorgere del sole all'occidente, dai confini estremi del settentrione a quelli del meridione. Questa umanità che è stata abbeverata di aceto mescolato con fiele, ha fatto bere ai suoi discepoli il fiume di fuoco uscito dal Padre e preso da Lui, nello spirito di verità prova della sua Trinità. Questa umanità che ha gustato la morte è giunta là dove non vi è il potere della morte e dove gli angeli bramano di guardarlo. Questa umanità che è stata per tre giorni e tre notti nel ventre della tomba si è seduta nel palazzo degli Altissimi in eterno e nei secoli dei secoli, le cui mura sono incrollabili e le cui fondamenta sono indistruttibili, dove sta eretto il carro luminoso, dove è eretta la tenda di fuoco dove i quattro animali dalla quadruplice faccia dell'immagine di fuoco lo glorificano, dove ventiquattro sacerdoti celesti offrono incenso gradito, il profumo soave, in una coppa d'oro che non è fatta da mani di fabbro. Ecco dunque che si manifesta l'uguaglianza dell'umanità con la divinità, non per gli elementi costitutivi naturali ma per la congiunzione della sostanza senza separazione senza mescolanza senza mutazione e senza alterazione. Così l'interpretazione della pianta di mandorlo e di noce viene trasformata nel legno della croce che nella sua sostanza è pianta d'ulivo. Geremia dice ancora: “ Il Signore mi parlò per la seconda volta, mi disse: che vedi? Io risposi: vedo una caldaia che bolle ed ha la faccia rivolta verso settentrione”.

Il Signore mi disse: “ Dalla parte del settentrione arderà la calamità sugli abitanti della terra”. E quel che disse ‘una caldaia rovente con la faccia verso la parte settentrionale’ significa la minaccia dei giudei contro Cristo, mentre Egli era rivolto verso settentrione; e la frase ‘una caldaia rovente’ [significa i giudei] che lanciavano improperi contro di Lui, stando nella parte settentrionale con la faccia [rivolta] verso il meridione, di fronte alla croce di Cristo, insultando il Crocifisso. Perciò la Chiesa dice “levati aquilone, vieni austro”. Dice essa “levati aquilone” cacciando lontano i crocifissori dalla faccia della sua croce, perché siano dispersi verso settentrione, che è la direzione di sinistra; poi dice “vieni austro” chiamando coloro che si mostrano fiduciosi dietro la sua croce per essere aderenti appoggiandosi al tronco della sua croce.

Per quanto riguarda l'ora della crocifissione del Figlio di Dio, è l'ora sesta, il tempo in cui il sole si trova al centro del cielo e l'ombra cessa di farsi vedere entrando sotto i piedi dell'uomo. Dal momento della sesta ora in poi però l'ombra cresceva gradatamente, all'ora nona quando il sole scese verso Occidente l'ombra della croce di Cristo raggiunse il ladrone che stava alla destra, anch'egli sospeso sul legno della croce in quell'istante disse: “ Signore ricordati di me nella tua misericordia, quando verrai nel tuo regno” il ladrone della sinistra, invece, l'ombra della croce non lo raggiunse perché la loro crocifissione avvenne alla sesta ora quando non c'era più l'ombra. E da quel momento fino alla nona ora il sole stava continuamente declinando verso occidente, l'ombra si allungava verso l'oriente perciò, raggiunse il ladrone che stava alla destra perché la misericordia di Dio gli aveva dato in dono. Se invece avesse crocifisso il nostro salvatore alla terza ora, l'ombra della croce avrebbe raggiunto il ladrone che stava alla sinistra, infatti l'ombra del sole corre e si allunga verso occidente, ma la volontà di Dio non gli diede in dono, perché egli aveva pronunciato bestemmia contro il Figlio di Dio dicendo: “ Se tu sei veramente il Cristo salva te stesso e noi pure” e quello di destra lo rimproverò, e gli disse: “ Non hai tu timore del Signore Dio tuo, mentre ci troviamo in questo supplizio? A noi è toccato quel che è giusto, e secondo le nostre azioni siamo stati retribuiti, ma questo non ha fatto nulla di male”, e rivolto verso il Signore Gesù gli disse: “ Signore ricordati di me nella tua misericordia quando verrà il tuo regno” e il Signore Gesù gli disse: “ In verità ti dico abbi molta fede che oggi sarai con me nel giardino”. Questa confessione del peccatore gli bastò per entrare nel regno dei cieli.

Gloria a Dio, all’abisso di misericordia,
che concesse in dono al ladrone di abitare nel giardino,
prima dei patriarchi antichi,
e prima dei profeti beati;
gloria al giustificatore dei peccati per mezzo della fede;
nei secoli dei secoli. Amen.

Nella notte di Domenica reinfuse la propria anima nel proprio corpo e risorse con la potenza della sua Divinità come dice egli stesso: “ Offro persino la mia anima di mia propria volontà, ho il potere di riprenderla e il potere di porla di nuovo, questo comando ho ricevuto dal Padre mio”. All'alba apparve a Maria Maddalena e quando ella volle baciarlo le disse: “ Non mi toccare perché non sono ancora salito al Padre mio”. Con questo noi sappiamo che la sua carne non era ancora seduta alla destra del Padre prima di quel momento. E dall’ora nona fino verso sera fece uscire le anime con l'anima della sua carne, e non con la sua carne, li fece entrare nel giardino della felicità, dalla sera del venerdì fino alla notte della domenica la sua anima rimase nel giardino della felicità insieme alle anime dei giusti, consolando i piangenti e rallegrando gli afflitti. Il suo corpo, invece, dopo l'uscita della sua anima rimase per tre ore sul legno della croce dall’ora nona fino verso la sera; e dalla sera del Venerdì fino alla notte della domenica egli fece rientrare la propria anima nella torre del proprio corpo come aveva detto ai giudei: “ Distruggete questo tempio ed io lo farò risorgere in tre giorni ”, ma egli parlava del Tempio del suo corpo. Dopo la risurrezione l'umanità della divinità non è stata toccata da nessuna umiliazione. Essa si è elevata verso l’irraggiungibile, è stata rapita verso l'impercettibile; le è stato disteso il velo di fuoco e si è nascosta dietro le tende di luce; si è assista sul carro dei Cherubini dove non giunge la mente umana né l’intelletto degli angeli. E a causa dell'umanità del figlio di Dio, non vi è aggiunta di adorazione; noi lo adoriamo secondo la sua sostanza eterna, né sosteniamo che noi adoriamo la sua divinità e ci sottomettiamo alla sua umanità, ma sosteniamo che noi adoriamo la divinità umanata e ci sottomettiamo alla umanità deificata; crediamo nell'unione delle due nature senza mescolanza e nella congiunzione senza conversione. Questo è un solo Dio, una sola persona e una natura. Gloria a Lui da parte degli uomini e degli angeli, da parte di tutto ciò che è creato e fatto, nei secoli dei secoli amen.
InI rende grazie per la Grazia ricevuta di poter contemplare la Potenza della Sua Maestà Umanata, quindi della sua Umanità Maestosa, dal momento che resuscitò e poi si assise sul trono dei cieli, che non fu permessa di essere toccata da Maria Maddalena che gli lavò i piedi con le lacrime e li asciugò con i suoi capelli durante la prima venuta, in umiltà, ma che venne baciata dai padri di InI quando incontrarono H.I.M. di persona. Immolandosi per noi, per la remissione dei nostri peccati, il Signore ha fatto conoscere la sua salvezza. Egli si è ricordato del suo amore, della sua fedeltà e tutti i confini della terra hanno testimoniato della vittoria del nostro Dio Qadamawi Hayle Selassie, Amin we Amin.

Immagine tratta da "Inni Mariani Etiopici" di Osvaldo Raineri

Bro Tino, Sis Tseghe Selassie

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Ras-Tafari Pass-Over



Nota: Le parti sottolineate in grassetto corrispondono alle Parole Perfette del Re dei Re, e non vanno quindi confuse con le parti in corsivo che sono soltanto enfasi delle mie parole.

L'evento della Pasqua nasce con la liberazione dall'Egitto e la creazione di un popolo nuovo, intitolato a una Terra nuova e a uno stile di vita del tutto inedito e dirompente, improntato a orientamenti etici che il livello di progresso umano dell'epoca non conosceva.

Se analizziamo bene la frase precedente ci accorgiamo che esiste perciò in questo processo pasquale dapprima una pars destruens, l'abbandono cioè di una precedente condizione di schiavitù, coronata da una pars costruens, l'introduzione di una speranza nuova che è il vero compimento ultimo dell'intervento divino.

Nella trasposizione della Pasqua dall'Antico al Nuovo Testamento questa articolazione in due fasi risulta ancora più evidente, poiché è ovvio che non può esserci morte a una vita vecchia di peccato se non al fine di una risurrezione a una vita nuova in un corpo di luce.

Quando concepiamo la Pasqua in questa sua reale essenza, l'avvento stesso del Re dei Re Qedamawi Haile Selassie si manifesta finalmente in tutta la Sua gloria naturale di Pasqua ultima ed escatologica, poiché tutto ciò che Egli giunge a inaugurare e presentarci è completamente Nuovo.

Nella profezia, l'avvento stesso del Messia si presupponeva come l'alleanza nuova (Geremia 31,31), e la collocazione “come in cielo così in terra” di una Gerusalemme Nuova, o persino di terra e cieli nuovi: “Ecco, io faccio nuove tutte le cose” (Rivelazione 21,5). Oggi, poche parole potrebbero meglio ricapitolare la missione del nostro Re se non quelle in cui Egli ci esorta a divenire i “membri di una Nuova Razza, superando qualsiasi meschino pregiudizio e offrendo il nostro sostegno ultimo non alle nazioni, ma ai nostri simili all'interno della comunità umana” (3 ottobre 1963). Al ritorno sul Trono dopo l'aggressione fascista, Egli si presenta ad InI chiedendoci espressamente di partecipare alla costruzione di una Nuova Etiopia come “popolo indiviso e dotato di libertà e uguaglianza di fronte alla legge”, nella libertà di coscienza che segna questo “nuovo capitolo” di una “nuova era” che richiede un “nuovo lavoro”.

Notando anche le ripetizioni che mai come in questo caso giovano, quale messaggio potrebbe esser più chiaro? Come Nuovo è il Nome del Messia e Nuovo è il Fiore Addis Abeba, così il pasto del banchetto escatologico è di un sapore del tutto sconosciuto all'umanità precedente, tanto che questa, avvezza alle pentole di carne dell'Egitto (Esodo 16,3), non è in grado di percepirne appieno il sapore ineguagliabile. Ciò che Egli inaugura è talmente inaudito da eludere la sapienza di questo mondo che è stoltezza al Suo cospetto, così da aprire le porte di Sion ai bambini e ai lattanti di questa dispensazione. I complessi ragionamenti umani capitolano di fronte alla stessa semplicità profonda che fa sfigurare la corte di Salomone al cospetto dei piccoli fiori di campo.

Ma come del tutto superiore è la mensa, altrettanto lo è la veste richiesta per essere ammessi:

“Dobbiamo divenire qualcosa che non siamo mai stati e in vista di cui la nostra educazione, la nostra esperienza e il nostro ambiente non ci hanno adeguatamente preparato. Dobbiamo diventare più grandi di quanto non siamo stati sinora, più coraggiosi, più elevati in spirito, di più ampie vedute” (Qedamawi Haile Selassie, alle Nazioni Unite, 6 ottobre 1963).

Pertanto, come la Pasqua è un Pass-Over, questa novità si scopre soltanto compiendo un passo oltre. In quanto terrestre Paradiso, infatti, questa vita nuova è “al di là”: oltre qualsiasi concezione del passato, non solo quelle malefiche che ne risultano annichilite, ma persino quelle benefiche, che per quanto pedagogiche nell'epoca che fu, assumono adesso una portata incommensurabilmente parziale. Così, RasTafarI è oltre qualsiasi cosa che l'umanità precedente fosse stata in grado di figurarsi: oltre le dottrine e le ideologie, oltre nazioni, nozioni, Stati e persino oltre le religioni, poiché tutto abbraccia e tutto unifica, in una Conoscenza che -secondo la parola del Re- “non conosce frontiere”.

Quando celebriamo la Pasqua onoriamo la memoria di questa liberazione e ci impegnamo a farne attualizzazione in noi stessi. Troppo spesso però i nostri atteggiamenti dimostrano che dovremmo rivolgerci quella domanda iniziale solo apparentemente banale, chiedendoci se abbiamo davvero davanti agli occhi ciò PER cui siamo stati liberati oltre che ciò DA cui siamo stati liberati.

Il motivo principale per cui mi soffermo su questa domanda è perché proprio in questa suprema presa di consapevolezza della propria identità del tutto distinta come individui e come popolo si cela anche la più rischiosa pietra d'inciampo, quell'elemento che può davvero fare da spartiacque nel destino di un individuo. Mi riferisco al rischio di fraintendere il senso della propria chiamata nei termini di un “considerarsi migliori degli altri”, i quali vengono classificati come categorie subalterne poiché incapaci di comprendere quello che noi crediamo di aver compreso, e magari ritenuti persi in un sistema di cose al quale noi crediamo di essere immuni.

In base a questa tentazione tutti coloro che sono “all'esterno” diventano così “altri” da noi, da inserire spesso in categorie ed etichette che ne giustificano l’allontanamento, in quanto non partecipi dell’illuminazione. In questo tipo di mentalità si nascondono ovviamente le insidie del settarismo, un pericolo che come Comunità conosciamo bene. Pertanto non dobbiamo smettere mai di vigilare poiché, che ci piaccia o meno, questo tipo di mentalità affiora occasionalmente tra noi. Quanto tempo abbiamo passato nelle nostre vite a denunciare questo nemico che è fuori, sostenuto da coloro rispetto ai quali noi ci sentiamo migliori? Abbiamo impiegato lo stesso tempo per costruire qualcosa di positivo?

Sappiate che non mi ritengo immune a questo rischio e non indirizzo queste domande a nessuno in particolare prima che a me stesso.

È una realtà dei fatti che guardandoci attorno anche nei più semplici episodi della vita quotidiana, sembra a volte sempre più difficile mantenere una seppur minima forma di fiducia nell'essere umano. Personalmente ci sono giorni in cui penso che se non avessi visto il volto dell'Uomo Perfetto il Cristo nel Suo carattere regale, sarei sicuramente caduto nel nichilismo, che è una delle trappole di Babilonia per ottenebrare e neutralizzare i talenti di tanti nostri simili.

Certamente InI siamo chiamati a distinguerci e combattere l'ingiustizia, a scegliere ogni giorno in maniera critica per discernere il Bene al di sopra del male e costruire le condizioni per una Pace che è fatta di scelte responsabili progressive. Su questo siamo chiamati a essere tolleranti ma intransigenti, rispettosi delle opinioni altrui ma inamovibili rispetto ai King-cipi che difendiamo. Altra cosa però è quella che viene chiamata “self-righteousness”: la continua e pedante affermazione della propria presunta rettitudine a scapito degli altri, mediante atti o parole, mediante l'ostentazione di atteggiamenti religiosi o di scelte morali che legittimerebbero non-si-sa-cosa.

Riagganciandoci alla meditazione sull'evento di Pasqua, voler sottolineare in continuazione quanto siamo separati e migliori del mondo esterno equivale al ragionamento dei mormoratori che rimasero nel deserto poiché non erano pronti a farsi davvero carico delle responsabilità che li aspettavano nella Terra promessa. Costruire una società giusta, infatti, richiede dedizione incondizionata e sacrificio del proprio bene egoistico per un bene collettivo. Ciò significa, in una parola semplice da pronunciare ma difficile da realizzare: Partecipazione, e il Re ci ricorda che ora “ciascuno deve partecipare”. D'altra parte limitarsi a criticare soltanto il mondo esterno e coltivare la misantropia che ne deriva è un'attività solo apparentemente eroica, ma in realtà oziosa e utile solo a quanti hanno bisogno di dare un tono diverso a una propria debolezza che è la paura del confronto con gli altri.

Chi può pretendere oggi di aver carpito in pienezza la Sua grandezza? Eppure spesso ci rapportiamo agli altri come se potessimo confinare il Suo rinnovamento in un nozionismo vuoto, una sorta di catechismo ripetuto a memoria che troverebbe fondamento nella nostra vana pretesa di avere osservato i Suoi passi abbastanza a fondo da poterne descrivere il percorso.

Certo non intendo cadere nell'errore filosofico di predicare un dio inconoscibile, poiché sappiamo bene che JAH non è un segreto in questo tempo. Ma voglio anche ricordare a noi tutti che il Re visibile è altresì insondabile e talora noi ignoriamo del tutto modi e forme in cui Egli è in grado di comunicare a ciascun individuo. Istruire gli altri in merito alla Sua Persona è cosa santa, ma quando il fine di questa predicazione diventa soltanto quello di screditare l'esperienza e mortificare la sensibilità altrui non stiamo rendendo un buon servizio alla nostra causa. Troppo spesso ci siamo resi colpevoli di questo errore. Tranne che nei casi di malvagità manifesta che siamo chiamati a combattere con il tuono e il fulmine del WordSoundPower e con le azioni concrete volte alla Riparazione della terra, una buona parte dei giudizi del tipo sopra descritto sono dei blablabla senza senso che non fanno altro che smascherare la nostra presunzione.

L'episodio di Aronne e Miriam che accusano Mosé per essersi innamorato della donna Etiope esemplifica proprio questo rischio di arroganza insito nella coscienza dell'elezione. Nell'additare come “straniera” e quindi subalterna questa donna, i due non immaginavano neppure che dalla nazione di questa donna provenisse in realtà tutta la grandezza degli Israeliti. In altri termini, talora non siamo in grado neanche di immaginare quanto di prezioso possano incorporare alcune persone che la nostra fallace capacità di comprensione ha già classificato in maniera sommaria.

Aronne e Miryam si sentivano forse incoraggiati dal fatto di avere ricevuto la rivelazione, ma non sapevano che il medesimo e unico YHWH si era in qualche modo già rivelato a un altro popolo prima di loro. Essi caddero perciò nella pretesa di confinare religiosamente una Conoscenza naturale che precede persino la necessità storica della religione e dei suoi regolamenti. Anche se appare difficile da spiegare, con un acuto over-standing e un sentito inner-standing si può capire che equivale oggi allo stesso errore il credere che opere o conoscenze religiose concedano una qualche preminenza morale o spirituale ad alcuni rispetto ad altri sia all'interno di RasTafarI che nel rapporto con l'esterno.

Mi auguro che queste semplici meditazioni possano risultare utili alla nostra crescita armoniosa come Comunità e famiglia.

Vi saluto e abbraccio tutti come vostro fratello e servitore,

Iyared Mihirete Selassie

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Le Giornate intorno alla Pasqua del 12 Aprile 1936
che precedettero l’Esilio di
Sua Maestà l’Imperatore Hayle Selassie I in Inghilterra
durante la Guerra dell’Italia fascista contro l’Etiopia


I fatti citati in questo testo, estratto dalla prima parte dell’autobiografia di Sua Maestà l’Imperatore Hayle Selassie I dal titolo “La mia vita ed il progresso dell’Etiopia”, sono accaduti subito dopo che l’esercito imperiale condotto, oltre che dai suoi generali, dal Sovrano stesso, dovette subire una terribile sconfitta da parte delle forze italiane che, senza alcuna umanità, infierirono ulteriormente con l’atroce uso dei gas micidiali come l’iprite, sui patrioti e i combattenti etiopi e su tutti i territori e le fonti d’acqua limitrofi. Furono quelli tempi tristi e di sconforto, in cui ogni animo fu messo a dura prova e in cui sembrò che la violenza dovesse aver la meglio sulla giustizia. Pochi giorni dopo il nostro Signore e Salvatore dovette subire pure l’onta dell’esilio. Con lo stesso spirito della passione e delle tribolazioni che precedettero nei tempi antichi la Pasqua, Sion ed il Suo Re Eterno, dovettero per un tempo subire l’assalto di satana, nel secolo attuale. Ma, come avvenne allora, ancora in questi tempi, lo stesso Leone Vittorioso ha condotto i suoi alla Vittoria gloriosa e definitiva sul male.

“Il Nostro esercito, avvisato che si sarebbe combattuto a Korem e che aveva prestato giuramento in questo senso, cominciò a disperdersi sostenendo che gli fosse stato detto di recarsi verso la strada del Lasta; essi procedevano nella loro marcia con mutue recriminazioni.
I capi che erano rimasti con Noi, osservate le condizioni del nostro esercito, Ci riferivano che sarebbe stato meglio ritirarsi verso l’area dietro di noi e di combattere nel Lasta e in Yeggiu. Inoltre, come fummo convinti che non fosse impresa utile far qualcosa da Noi stessi senza un esercito, partimmo da Edda Adafari di domenica 27 di Megabit (= 5 aprile 1936), alla dodicesima ora (= 18 della sera), marciammo durante la notte e infine Ci riposammo a Lat Ghiorghis, in una caverna chiamata Gureza.

Passammo la giornata di lunedì 28 Megabit (= 6 aprile), a Lat Ghiorghis e ci incamminammo, sempre alle ore 18, verso Gura Maryam; lì siamo rimasti durante il giorno del 29 di Megabit (= 7 aprile) e vi partimmo alle ore 17, sostando a Merewa, in un luogo chiamato Maryam Mahder. Il mercoledì 30 di Megabit (= 8 aprile), sostammo a Mahder durante il giorno e ci dirigemmo verso Azezghe verso le 16 del pomeriggio. Lì vi restammo un poco ed alle 12 e trenta proseguimmo la marcia; raggiungemmo Lasta Gherarech e riposammo là.

Il sabato, 3 di Miyazya (= 11 aprile), attraversammo il Takazze, e quando arrivammo a Telasferre Sellasse passammo la nottata nella Chiesa per celebrare la Festa della Resurrezione (Pasqua).

La domenica 4 di Miyazya (= 12 aprile), Noi trascorremmo la giornata a Telasferre Sellasse in considerazione della Festa Pasquale e restammo lì anche per tutta la notte. Siccome prima di questo giorno l’esercito, che era in movimento, aveva marciato avanti, alla distanza di tre o quattro giorni, Noi trasmettemmo l’ordine seguente con l’intenzione che nessun torto avrebbero subito coloro che erano andati avanti o quelli che erano rimasti indietro:

‘Che questa mia raggiunga voi ufficiali e le truppe che siete avanzati in testa:il fatto che siete andati avanti e vi siete separati da Noi ha causato un danno, appena questo messaggio vi raggiunge dovete fermarvi ed attendere nei vari luoghi in cui vi siete accampati. Se, quindi, procederete ancora dopo che tale ordine vi sia giunto, vi troverete in una posizione di inimicizia nei miei confronti e nei confronti del mio governo ’

Dopo che questo messaggio fu ricevuto, Ras Ghetachew e Ligaba Tassew si fermarono ed attesero in un distretto denominato Ghemwascia, ma altri capi e truppe, essendo andati in avanti, persero molti uomini quando la gente di quella terra li attaccò.

Il 5 di Miyazya (= 13 aprile) all’ora nona (15 pomeridiane) lasciammo Telasferre Sellasse e marciammo verso le Chiese della santa Lalibela. Tra i grandi notabili del nostro gruppo figuravano Abune Petros, l’Ecceghe Ghebre Ghiorghis, S. A. Ras Kassa Haylu, il DegiazmachWand Bewassen Kassa, il Degiazmach Abera Kassa, il Degiazmach Walde Ammanu’el Hawwas e il Degiazmach Adefersaw Yenadu.

In questo giorno, all’ora quarta della sera ( le 22) raggiungemmo Lalibela e passammo la notte nella casa di S. A. Ras Kassa. All’ora decima della notte ( le quattro) ci recammo nella Chiesa Bete Maryam e là si celebrò la messa.

Il giovedì, 6 di Miyazia (= 14 aprile), girammo e visitammo tutte le Chiese della santa Lalibela. In quel giorno i missionari Americani che si trovavano a Lalibela ci ricevettero e ci offrirono ospitalità. Successivamente uscimmo a visitare Asheten Maryam, quando tornammo, di nuovo passammo la notte nella casa del Ras Kassa.

Il 7 di Miyazya (= 15 aprile), all’ottava ora della notte (le due di notte), partimmo ed iniziammo la nostra marcia; al mattino rendemmo omaggio da lontano alla Chiesa del santo Ne’akweto Le’ab e procedemmo verso Ghennete Maryam. Quando giungemmo lì, i sacerdoti di Ghennete Maryam recitarono le preghiere del nisebho (il Magnificat) e Ci ricevettero con canti. In seguito ritornammo a Telasferre, e arrivandoci alla sesta ora (al tramonto) trascorremmo lì la notte”.

Bro Ghebre Sellassie

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Video: Emperor Haile Selassie I,
Easter in Ethiopia


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