Introduzione alla Fede Rastafari

H.I.M.

Il Capo e il Cardine della spiritualità RasTafarI è la Persona reale e Personalità regale di Ghirmawi Qedamawi Haile Selassie, incoronato Re dei Re d’Etiopia il 2 novembre 1930 ad Addis Abeba come 225° discendente legittimo della Biblica dinastia di Davide e Salomone. È anzitutto Costui il Ras Tafari da cui la Fede prende nome, ossia, in lingua etiopica, il “Capo cui spetta la riverenza”, secondo la profezia del patriarca Giacobbe nel libro della Genesi cap. 49, 10.

Coloro che portando il Suo Nome e la Sua Somiglianza ne ricevono l’adozione filiale, vengono conosciuti essi stessi come RasTafarI, o più generalmente Rastafariani, e riconoscono in Lui il Re Messia (in ebraico: Melekh ha-Mashiach) profetizzato dalla Sacra Bibbia, il Negus Krestos o “Cristo nel Suo carattere Regale”.

La conoscenza di questa verità sorse in principio tra gli Africani della diaspora, i discendenti cioè del tragico processo di deportazione, schiavitù e genocidio che dovrebbe individuarsi come il più grave crimine contro l’Umanità, commesso dalle potenze europee contro popolazioni civili dell’Africa che sino ad allora avevano condotto le proprie esistenze indipendentemente. Pertanto, anche se RasTafarI è per essenza una Fede universale, rimane prioritaria a fondamento della sua costituzione la triplice istanza di Redenzione, Riparazione e Rimpatrio dei Popoli Neri sottratti all’Africa, poiché proprio la restaurazione di quest’ultima -Origine e prima culla della civiltà umana- è condizione essenziale, prioritaria e inalienabile per il reale ed egualitario progresso dell’Umanità intera sulla strada del Regno Messianico in terra: il governo della Moralità Internazionale e la Cittadinanza Universale profetizzati e auspicati dal Re dei Re Qedamawi Haile Selassie nel suo discorso alle Nazioni Unite del 6 ottobre 1963.

Le memorie della propria cultura ancestrale e della propria spiritualità originaria rimasero sempre latenti tra gli Africani d’Occidente, che ne preservarono la conoscenza attraverso molteplici forme culturali e liturgiche tra le quali il suono dei tamburi e i canti di redenzione – vibrazioni tuttora vitali nelle cerimonie Nyabinghi delle comunità RasTafarI. Con maggior enfasi a partire dal diciottesimo secolo, tuttavia, tale memoria riprese ad articolarsi secondo forme intellettuali e culturali organizzate e ben distinguibili, dando vita a un vero e proprio fenomeno di rinascita morale lungo il cammino della ricongiunzione spirituale degli Africani d’Occidente con il proprio Continente Madre e del loro ritorno fisico sulla Terra. In questo periodo sorsero pertanto numerose, tra gli Africani delle Americhe, le congregazioni denominate a partire da questa presa di coscienza, intitolate all’Africa o più in particolare all’Etiopia, che per ragioni che a breve spiegheremo venne individuata come il punto di convergenza e il cuore pulsante e vitale dei più profondi valori dell’Africanità. Il movimento che ne scaturì è stato perciò definito dagli studiosi con il nome di “Etiopianismo”.

Tra i rappresentanti di questa inclinazione esistenziale, l’On. Marcus Mosiah Garvey -intellettuale panafricanista di spicco, tuttora accreditato come eroe nazionale nella sua isola di Jamaica- si distinse per le sue capacità organizzative e l’impatto dei suoi insegnamenti tra i Neri delle Americhe agli esordi del ventesimo secolo. Intere generazioni vennero risanate dal suo messaggio anzitutto spirituale di “conoscere Dio attraverso le lenti dell’Etiopia”, e olisticamente fortificate nell’ardente desiderio di percorrere il cammino Back-to-Africa sotto tutti i profili della propria esistenza, non ultimo quello corporale. In seno all’ampia e composita Universal Negro Improvement Association da lui fondata, profeti Etiopianisti confortati dal rigenerato Spirito etiopico animarono una vivace attesa Messianica orientata all’attesa di un Re Nero Africano che avrebbe presto capovolto i destini dei sofferenti e degli oppressi della terra. Lo stesso On. Marcus fu tra coloro che si fecero interpreti di tale annuncio, assieme a molti altri visionari tra i quali il Rev. James Morris Webb di Chicago, il Rev. Athliy Rogers di Anguilla, e altri conosciuti per nome e non.

Incoronazione di S.M.I. Haile Selassie IQuando il Ras Tafari Makonnen venne incoronato in Etiopia con il Nome Nuovo di Qedamawi Haile Selassie (“Il Primo, Potenza della Trinità” ) questa profezia si manifestò in tutta la Sua veridicità storica.

Questo intero processo non può al tempo stesso scindersi in alcun modo dalle sue Radici Bibliche , che si collegano anche a quelle dell’Etiopia stessa. Così, le origini culturali e la genesi storica dell’Esperienza RasTafarI devono leggersi sia alla luce della loro Antichità Biblica che della loro radicazione nella storia del popolo Africano e della sua dispersione in schiavitù ed esilio tra le nazioni; ancora più esattamente, il suo elemento peculiare e la sua unicità risiedono proprio nella testimonianza per cui questi due aspetti, erroneamente ritenuti estranei nella mentalità comune, non possono interpretarsi come scissi o reciprocamente impermeabili: un simile errore metodologico automaticamente compromette la percezione di questa Fede e ne determina una comprensione alterata o parziale.

I fondamenti di questo rivoluzionario approccio alla storia sacra si rintracciano da un lato nella restaurazione delle origini Afro-asiatiche della civiltà Israelitica antica , e quindi biblica, che sin dai suoi esordi è presentata nei testi come il prodotto di un’entità etnica, culturale e linguistica Afro-Semitica originariamente indivisa; dall’altro, per ovvia conseguenza, nell’identificazione del popolo Africano nella dispersione con le profezie bibliche relative alla dispersione del popolo eletto e con la sorte precedente della nazione Israelita ai tempi dell’Egitto e di Babilonia. Comprendendo che la Bibbia (la stessa che i colonizzatori e gli schiavisti strumentalmente piegarono alle proprie malefiche esigenze) descriveva in realtà la sorte degli oppressi e dei colonizzati, l’intera vicenda ivi descritta venne legittimamente ristabilita al suo contesto Africano, oggi confermato da prove documentarie di ogni ambito e anzitutto attestato dalle più banali osservazioni geografiche. In questa ottica, Cristo stesso venne compreso e perciò atteso nel Suo ritorno come un Africano.

Il ruolo dell’ Etiopia nella Bibbia , i suoi arcaici legami con la Sapienza Divina, la dignità e l’onore delle sue istituzioni politiche e culturali autenticamente indigene e la loro invitta resistenza anche durante gli anni più oscuri del colonialismo europeo in Africa, ispirarono i discendenti di quel dramma a orientare verso questa Nazione biblica sita nel cuore del Continente Materno i sussulti della propria liberazione. I profeti Etiopianisti vi riconobbero senza esitazioni il Giardino della propria Genesi prima e la Sion della propria Rivelazione ultima, la Terra promessa per la speranza biblica del ristabilimento di ciascuno “alla propria vigna e sotto il proprio albero di fico”. La continua ricerca manifestò che questa comprensione non tradiva in alcun modo quel che la stessa autocoscienza degli Etiopi aveva concepito attraverso i secoli in merito alla propria Dimora.

HIM0025Citata in almeno 50 occasioni nella Sacra Scrittura, l’Etiopia è la Terra che ha conservato incontaminata lungo la storia l’originaria rivelazione di Cristo, in piena armonia con le radici Ebraiche del suo messaggio, dunque secondo la reale natura Africana della sua essenza. Sede dell’Arca dell’Alleanza e della dinastia davidica deputata alla promessa Messianica, essa venne concepita dalle sue stesse tradizioni come la seconda estrinsecazione di Israele , e dunque della sua predetta funzione regale, sacerdotale, profetica a servizio dell’Umanità per l’affermazione ultima della prosperità Divina in terra. Rocca Mistica salva dai fenomeni di romanizzazione che irreversibilmente contaminarono la religione cristiana in Occidente, fu proprio questa Chiesa Etiopica a tributare al Re dei Re Qedamawi Haile Selassie il ruolo di proprio Capo e ultimo Sovrano a 2000 anni dall’avvento di Iyesus Krestos (Gesù Cristo).

L’esistenza del RasTafarI in questi tempi è la naturale continuazione e attualizzazione di questo corso storico e salvifico. La vita del Rastaman è scandita dalla consapevolezza di essere il beneficiario di questa immensa Eredità Divina, e di custodire la responsabilità di trasmetterla ai quattro angoli dell’Universo attraverso la testimonianza di un’Esistenza consacrata in ogni atto e la Vibrazione del Verbo che origina la Vita, del Suono che la pervade e della Potenza che ne scaturisce. Focalizzati alla ricerca della propria naturale e primigenia Immagine nel Divino -lo I and I– i figli e le figlie del Re dei Re ascendono in rendimento di grazie alla Montagna di Sion, che l’Altissimo ha stabilito al di sopra di tutte le dimore di Giacobbe, come Angeli della redenzione già instaurata dal Trono della Sua gloria e proclamando il giudizio sulle iniquità del decaduto sistema di Babilonia mediante la spada a due tagli della preghiera e del canto.

Lontana dalle concezioni formali della religiosità prevalenti in Occidente, l’Esperienza RasTafarI è meglio definita come una Livity: percezione del Sacro nel vissuto, esperienza totalizzante del Divino in pienezza di corpo, anima e spirito, in accordo alla comprensione olistica dell’essere umano propria della sapienza biblica originaria. Il Rastaman persegue questa disciplina nella propria quotidianità, impregnandone anche gli aspetti apparentemente più impercettibili, costantemente camminando nel ricordo dell’Altissimo in ogni azione e nella santificazione del Suo Nome, regolamentando in questa luce il proprio lavoro, la propria socialità, la propria alimentazione, la propria vita familiare.

Pur fiero della propria identità e senza comprometterne l’unicità, in accordo all’insegnamento del Re dei Re egli conosce la sostanziale parentela che unifica la specie umana e le sue variegate culture e fedi entro la Paternità Universale del Creatore, e persegue così l’insegnamento e la pratica della Fratellanza tra gli esseri umani, nel rispetto anche giuridico degli elevati principi incorporati nella Dichiarazione Universale dei Diritti Umani. Difensore della Sacralità suprema della vita in tutte le sue manifestazioni, il nostro Re e Signore ci ha istruiti ad aspirare all’unità tra tutti nella pacifica convivenza tra le nazioni, desiderando l’eguaglianza di diritti e una pace universale e duratura, raggiungibile soltanto nella coscienza che in una pace senza giustizia non vi saranno né pace né giustizia. Addestrati al combattimento spirituale, militiamo per la pace e l’armonia, consapevoli della vittoria finale e definitiva del Bene sul male.

Iyared Mihirete Selassie