La domenica turistica dell’ospite imperatore

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Haile Selassie a Orvieto e Viterbo

La domenica turistica dell’ospite imperatore

Accompagnato dal ministro Moro, ha visitato i monumenti delle due antiche città – Colazione nella villa Lante, tra le più belle del Rinascimento – Ovunque folla plaudente – Al rientro a Roma scambio di doni con Saragat – Stamane in udienza dal Papa

(Nostro servizio)

Roma, lunedì [9 novembre NdR] mattina – Stamane, intorno alle dieci, ha termine di Stato di Haile Selassie a Saragat: da quel momento e fino sabato prossimo [14 novembre NdR] il suo soggiorno in Italia avrà carattere privato. Così vuole il protocollo che regola le visite di capi di Stato.

Naturalmente, l’aggettivo “privato” va preso in senso molto relativo: a Genova, a Torino, a Milano e a Venezia egli sarà accolto con tutti i riguardi che spettano a un imperatore. Dopo essersi accomiatato da Saragat, l’imperatore si trasferirà con le persone del suo seguito in uno dei maggiori alberghi della città. Si cambierà l’abito e, alle 11.15, attraverserà in automobile il centro di Roma per andare a colloquio col Papa. Haile Selassie pertità dalla stazione alle 15.35 col treno presidenziale e arriverà a Santa Margherita Ligure alle 20.45.

La giornata di ieri, domenica [8 novembre NdR], ha avuto uno spiccato carattere turistico. L’imperatore, accompagnato dal ministro degli Esteri, on. Moro, poco prima delle 11 è giunto in automobile a Orvieto, percorrendo l’Autostrada del Sole per un buon tratto. C’era molta folla ad aspettarlo a Orvieto, e le accoglienze sono state più che festose.

L’ospite ha visitato i principali monumenti della città, e quando si è affacciato a un balcone per ammirare la facciata del celebre Duomo, la folla lo ha acclamato a lungo. Ogni qualvolta la cordialità popolare travalicava i limiti posti dal cerimoniale, Haile Selassie non se ne adontava. Sorrideva anzi, e alle autorità preoccupate diceva con un sorriso: “ça va, ça va”.

La città di Orvieto ha fatto alcuni doni all’imperatore. Quello che egli ha apprezzato in modo particolare, per il suo significato simbolico, è un’icona etiopica. Trentacinque anni fa, mentre si aggirava tra le macerie di una chiesa bombardata nel Tembien, un ufficiale italiano, il signor Giovanni Battista De Monte, trovò quell’immagine sacra ridotta molto male. Provvide a restaurarla e al momento del suo rimpatrio in Italia dall’Etiopia, nel 1947, si portò appresso l’icona. Il De Monte risiede ora a Empoli. Quando apprese che il Negus si sarebbe recato a Orvieto, decise di fargli omaggio di quel suo ricordo di guerra.

Nella tarda mattinata il lungo corteo di automobili è arrivato a Viterbo, ha percorso a passo d’uomo le buie stradine del quartiere medievale e ha sostato davanti alla Prefettura. Anche a Viterbo molta folla, piena di curiosità e di cordialità. È seguita una colazione a Bagnaia, nella Villa Lante: quarantacinque coperti. Fu costruita, quella villa, su progetto del Vignola nel corso di un intero secolo, tra il 1477 e il 1578. I giardini all’italiana sono tra i più splendidi e armoniosi del Rinascimento: molte fontane – anche del Giambologna – cascate e giochi d’acqua a ogni passo, e ognuno più bello dell’altro, con gran dispiego di ingegnosità e di fantasia.

L’imperatore conversava in francese con l’on. Moro, spesso sorrideva ammirato. Peccato che il cielo fosse coperto, e umida l’aria, si rammaricava il ministro italiano. E l’imperatore scuoteva il capo, rispondeva: “ça va, ça va”.

Alle 18,15 l’ospite è rientrato nel Quirinale. Due ore e mezzo dopo, è avvenuto il rituale scambio di doni tra i due Capi di Stato: al Negus due grandi candelieri d’argento lavorati da orafi italiani, e a Saragat un centro da tavola, pure in argento, con rilievi in oro.

Alle 21 Saragat e Haile Selassie si sono recati a cena: questa volta, niente marsine, nessuna uniforme di gala, niente decorazioni. Un pranzo tra amici, dove parole francesi e parole italiane si mischiavano di continuo (Haile Selassie, oltre al natio amarico, parla il francese, l’inglese, l’arabo e anche un po’ l’italiano).

Un’ora e mezzo dopo, Haile Selassie ha salutato i commensali e s’è portato nei suoi appartamenti. Le ore passate in automobile, le lunghe passeggiate all’aria aperta e le molte strette di mano lo avevano stancato.

Per diverse ore, nel corso della giornata di eri, sono continuati i colloqui tra il ministro del Tesoro, Ferrari-Aggradi, e il suo collega etiopico Mamo Tadesse, in merito alle possibilità di aumentare la collaborazione economica e tecnica tra i due Paesi.

L’Etiopia, per ammodernarsi, ha impellente bisogno di denaro e di tecnici e fa affidamento sulle buone disposizioni del governo italiano. Il problema, tuttavia, non è affatto dei più semplici. Le imprese pubbliche e private italiane hanno investito finora un centinaio di miliardi di lire in attività industriali, commerciali e agricole nell’Etiopia; e sono in corso nuove iniziative per un importo di oltre quattro miliardi. L’Italia, inoltre, figura al primo posto tra i Paesi che esportano merci o servizi nell’Etiopia: è al secondo posto tra quelli che importano dall’Etiopia. È un dato significativo, specie se si tiene presente che, da oltre tre anni, le navi non possono più utilizzare la scorciatoia del Canale di Suez.

È un problema, si diceva, complicato e delicato. Da una parte crescono i nostri crediti nei riguardi dell’Etiopia, dall’altra l’economia italiana sta attraversando un periodo critico. In definitiva, il governo italiano è più che sincero quando parla di buone disposizioni nei confronti di quello etiopico: però non può prescindere da certe esigenze economiche interne. È stato, infine, deciso di formare commissioni di esperti italiani ed etiopi per approfondire i vari aspetti del problema e per individuare i modi più idonei a sviluppare la collaborazione economica e tecnica tra i due Paesi amici.

“La Stampa”, 9 novembre 1970

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