La visita del Negus

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Oggi a Roma l’imperatore d’Etiopia
La visita del Negus
Che cosa ha rappresentato il vecchio sovrano negli anni della lotta antifascista

“Arriva oggi a Roma, in visita ufficiale, l’imperatore d’Etiopia Haile Selassie. Saragat lo accoglierà a mezzogiorno, all’aeroporto di Ciampino, e lo accompagnerà al Quirinale. Un colloquio privato fra i due capi di Stato si svolgerà alle 18, e contemporaneamente alla Farnesina si incontreranno i due ministri degli Esteri, Moro e Jifru. La prima giornata romana del Negus si concluderà con un pranzo ufficiale, durante il quale Saragat e Haile Selassie si scambieranno i rituali brindisi di saluto.

Domattina l’imperatore renderà omaggio al Milite Ignoto. Subito dopo, al Quirinale, si svolgeranno i colloqui ufficiali fra il presidente italiano e il sovrano etiopico, presenti i due ministri degli Esteri. Quindi il Negus si recherà a Villa Madama, dove avrà una conversazione con il presidente del Consiglio, Colombo.

La visita di Stato a Roma si concluderà lunedì [9 novembre, NdR], ma il soggiorno italiano di Haile Selassie si prolungherà fino al 14 novembre, giorno in cui l’ospite partirà dall’aeroporto Marco Polo di Venezia per far ritorno ad Addis Abeba. Durante la sua permanenza nel nostro paese, il Negus avrà un incontro con Paolo VI. Sono previste visite agli impianti e cantieri dell’Italsider e dell’Ansaldo di Genova; agli stabilimenti della FIAT di Torino e della Olivetti d’Ivrea; ai musei di Milano, al Teatro della Scala, dove Haile Selassie assisterà ad uno spettacolo in suo onore; al Palazzo Ducale e alla fondazione Cini di Venezia.

Haile Selassie è uno degli statisti più noti del mondo, la cui vita ed azione politica si sono intrecciate con i più grandi eventi della storia del secolo. Nato il 23 luglio 1892, proclamato reggente ed erede al trono nel 1916, re nel ’28, imperatore nel ’30, dopo la morte dell’imperatrice Zauditu, Ras Tafari Makonnen (tale era il suo nome prima che assumesse quello di Haile Selassie) si accinse ad un compito di tremenda difficoltà: governare un paese arcaico, dalle strutture feudali, arretrato, abitato da popoli assai diversi per stirpe, lingua e religione, lacerati da rivalità di antica origine, da contrasti d’interesse, spesso in lotta fra loro; un paese che – per una fortunata combinazione di circostanze geografiche e storiche, e grazie alla fierezza e al valore dei suoi guerrieri – aveva saputo difendere con successo la sua indipendenza contro il colonialismo europeo, in particolare inglese e italiano; ma anche un paese senza industrie, senza tecnologia, con un’agricoltura povera, mancante di un vero esercito,, forte solo del coraggio dei suoi nudi soldati.

Su questo paese si appuntavano già gli appetiti dell’“imperialismo straccione” di Mussolini. Nel 1935 il fascismo scatenò l’attacco. Alla testa delle sue truppe male armate, senza aerei, senza carri armati, con pochi e vecchi cannoni, Haile Selassie oppose alle truppe fasciste una resistenza fondata più sul valore individuale dei suoi guerrieri medievali, che su una strategia e una tattica sapienti, che sfruttassero le risorse del terreno impervio e il sostegno delle popolazioni.

Oggi, retrospettivamente, è facile rimproverare al Negus di non aver scatenato fin dall’inizio una guerriglia generale contro l’invasore; di aver lanciato i suoi uomini alla morte eroica in battaglie campali che fatalmente dovevano essere vinte da chi possedeva armi moderne e micidiali. Oggi, naturalmente, siamo tentati di applicare anche all’Etiopia di 35 anni fa le esperienze delle guerre popolari vittoriose in altre parti del mondo. Ma si tratta di una tentazione che va respinta. Il Negus non era un capo popolare, bensì un monarca assoluto, che lottava in nome di principi francamente conservatori; un sovrano geloso dell’indipendenza del suo paese, ma anche delle sue eccezionali prerogative; e deciso a non sacrificare il sistema che faceva da pilastro al suo trono.

Sconfitto, ma non rassegnato. Il Negus si recò personalmente alla Società delle Nazioni, dove pronunciò un discorso che è uno dei momenti più alti della sua vita contraddittoria. Con parole severe e dignitose coprì di vergogna il mondo “civile” occidentale che aveva ipocritamente permesso a Mussolini di assassinare l’indipendenza etiopica, e preannunciò profeticamente l’abbattersi della violenza fascista su tutto il mondo.

Quattro anni d’esilio in Inghilterra. Poi, nel ’41, il ritorno in Africa, in Kenya e in Sudan. Qui raccolse patrioti etiopici fuggiaschi, li organizzò e rientrò combattendo in patrie, insieme con le truppe britanniche. Poteva far strage degli italiani. Ordinò di rispettarli e di perdonare. E questo fu un altro momento generoso della sua vita, che non si può dimenticare.

Qui finisce quella parte della vita di Haile Selassie che tocca così da vicino una intera generazione di italiani, e in cui si inscrivono i suoi atti più positivi. Fino a questo punto l’imperatore è stato soprattutto un membro del grande schieramento antifascista, un alleato delle forze democratiche e progressiste di tutto il mondo. In seguito, il giudizio tende sempre di più a cambiare. La sua persona è discussa, criticata, infine attaccata dalle nuove èlites del suo e di altri paesi africani, che lo accusano di imprimere alla sua azione politica un segno reazionario sul piano interno, e di sostegno del neo-colonialismo e dell’imperialismo americano sul piano internazionale.

Questo è il vegliardo africano che oggi giunge in Italia: figura contraddittoria, illuminata da momenti di luce e offuscata da ombre pesanti, ma tutt’altro che priva di un suo grande rilievo storico che il giudizio anche più severamente critico non può certo negargli.”

 “L’Unità”, 6 novembre 1970

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