“L’Italia gli esprime rispetto e amicizia”

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Saragat accoglie a Roma Haile Selassie

“L’Italia gli esprime rispetto e amicizia”

Il Presidente della Repubblica ha salutato l’ospite come “uno degli statisti dell’Africa indipendente dotati di maggior prestigio” – L’imperatore d’Etiopia. “L’Italia ha fatto molto per aiutare i popoli in via di sviluppo” – Primo colloquio privato

(Nostro servizio particolare)

Roma, 6 novembre. Il fascismo è morto e sepolto, e dietro di sé non ha lasciato nessuno strascico di rancori tra italiani ed etiopi.

Questa realtà, pur senza essere detta esplicitamente, era sottintesa nei discorsi che Saragat e Haile Selassie si sono scambiati questo pomeriggio nell’aeroporto di Ciampino.

Ha detto il primo: “Un grande arco di tempo pieno di vicende dolorose e alterne separa il primo viaggio che ella effettuò in Italia molti anni or sono da quello odierno. Sono convinto che questa visita le confermerà, in un contesto politico tanto diverso, il carattere tradizionalmente ospitale del nostro popolo, i sentimenti di amicizia che esso nutre per l’Etiopia, nonché l’ammirazione e il rispetto che esso prova per la sua augusta persona.”

Il “sommo bene”

Da parte sua Haile Selassie, dopo aver accennato a quel sommo bene ch’è la pace tra i popoli, ha aggiunto: “E’ in questo spirito che noi compimmo la nostra visita in Italia 46 anni fa. Conserviamo tuttora un vivido ricordo di quella visita, e a lungo ricorderemo la calorosa accoglienza che ci fu allora accordata dal governo e dal popolo italiano”. Come si sa, il governo di allora, quello di 46 anni fa, era il governo fascista. Dunque, molta acqua è passata sotto i ponti della storia. E Saragat con convinzione ha salutato nell’ospite quasi ottantenne “uno dei capi di Stato dell’Africa indipendente dotati di maggior prestigio e più ascoltati in seno alla comunità internazionale”. Questo prestigio, ha detto più avanti Saragat, nasce dal fatto che l’imperatore d’Etiopia “promuovendo una politica improntata a un certo spirito di conciliazione e a una perseverante ricerca della collaborazione internazionale, ha saputo indicare anche alle più giovani nazioni del Continente africano, la via dell’indipendenza, dell’unità, della pace”.

E Haile Selassie quasi di rimando: “Oggi il mondo si trova in un momento critico, nel quale la ricerca della pace e della comprensione è più che mai necessaria. Vivere in pace con tutti i popoli è un principio che l’Etiopia ha sempre ritenuto sacro e che è parte integrante della sua eredità culturale”.

Continuando nel suo discorso, Haile Selassie ha detto che Italia ed Etiopia, Italia e Africa, presentano tutti gli elementi per compiere un lungo cammino a fianco a fianco. “I positivi contributi del governo e del popolo italiano ai Paesi in via di sviluppo hanno aiutato molte nazioni africane… Il progresso industriale e tecnologico dell’Italia è stato di immenso aiuto all’Etiopia. E’ nostra ferma speranza che tali attività crescano sempre più negli anni che verranno”. Ed è appunto per constatare il livello di progresso raggiunto dall’Italia che l’imperatore desidera recarsi di persona nelle grani città marittime, industriali e commerciali del Nord.

Uomo di pace

Se si guarda da vicino Haile Selassie, immediata è la sensazione di un’estrema fragilità; tanto egli è piccolo, di costituzione minuta, magro e pallido.

Insistentemente di lui si disse che era minato dalla tubercolosi; sta di fatto che alcuni suoi congiunti stretti, compresa la figlia sepolta a Torino, morirono di quel male. Però guardategli gli occhi: sono vivi e pungenti, lo specchio di una volontà tenace e intelligente. Che non si tratti di un impressione superficiale, basta il fatto che da 54 anni riesce a governare, sia pure tra alterne fortune su un Paese grande 4 volte l’Italia, montagnoso profondamente diviso da rivalità e da diversità feudali, etniche, religiose e linguistiche.

Nato nel luglio 1892, a undici anni perse il padre, uno dei tanti Ras dell’Abissinia , e praticamente non aveva un avvenire davanti a sé. Invece se lo seppe costruire da solo, fin da ragazzo, quando studiava in una missione cattolica francese ad Harar. Egli allora si chiamava Ras Tafari. Aveva 24 anni quando una congiura di palazzo suscitata dalla Chiesa copta depose l’imperatore Lij Yasu, musulmano, stravagante e dissoluto. In seguito igrandi Ras si adunarono e proclamarono imperatrice una figlia del re Menelik, Zauditu. Accanto le misero Ras Tafari, un giovane giudicato prudente e perspicace, con titoli di reggente e di principe ereditario.

Non per questo il Paese trovò pace. Il principe reggente aveva in mente di staccare l’Abissinia dall’età feudale e di avviarla verso forme politiche, sociali ed economiche più moderne, ma presto si trovò contro l’opposizione della maggior parte dei nobili, i Ras, quasi onnipotenti nei loro feudi, e dei capi della Chiesa. Qualche cosa tuttavia il giovane principe riuscì a fare, ma molto poco: la schiavitù nelle forme più degradanti, la lebbra e la miseria restavano pur sempre i connotati fondamentali dell’Abissinia. Nonostante che non potesse dirsi minimamente un paese civile, nel 1923 Ras Tafari, grazie specialmente all’appoggio del governo di Mussolini, riuscì a fare entrare l’Etiopia nella Società delle Nazioni.

Intanto, cautamente riusciva a formare un corpo militare a lui devoto. Nel 1926 con un colpo di Stato si fece nominare re e assunse tutti i poteri. Due anni dopo, alla morte dell’imperatrice Zauditu, Ras Tafari salì sul trono imperiale col nome di Haile Selassie, ossia di “Potenza della Santa Trinità”. Da parte del regime fascista, compresi naturalmente i suoi organi di propaganda, il sovrano dell’Etiopia era considerato uno statista di prim’ordine sotto tutti gli aspetti. Per esempio, Politica, una rivista considerata di notevole prestigio culturale, così scriveva di lui: “Uomo energico, coraggioso, progressista, dotato di grande senso politico, mente aperta alla moderna civiltà europea della quale è ammiratore, è un sincero amico dell’Italia”.

(continua a pagina 2)

La Stampa, 7 novembre 1970

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