Discorso Pronunciato da S.M.I. Haile Selassie I in occasione della presentazione del monumento dell’Abune Petros


Siamo riuniti oggi per commemorare, in Nostra presenza, il martirio di un patriota etiope che ha consacrato il luogo in cui ci troviamo con il proprio sangue, in difesa dei principi della Fede e della Resistenza senza compromessi alle forze d’aggressione.
Il monumento che abbiamo svelato demarca l’area in cui il capo della Chiesa, l’Abune Petros, venne fucilato dagli aggressori italiani nel Luglio 1936. Il suo crimine fu che, essendo un Etiope e il capo della Chiesa d’Etiopia, non si astenne dal condannare apertamente l’immoralità del regime Fascista e di Graziani.

La sua morte, una tra le prime ad essere state ordinate tra quelle auspicate dai fascisti, è esemplificativa dell’importanza attribuita dall’aggressore allo scardinamento delle fondamenta culturali e dei modelli di condotta etiopici. Essa ha inoltre segnato il punto culminante dell’amara lotta nel corso della quale il nemico bruciò e distrusse sistematicamente Chiese in ogni parte del Nostro Impero. La Società delle Nazioni e la Croce Rossa Internazionale, così come le nazioni civilizzate, sono state testimoni della capillare distruzione di santuari e del saccheggio di oggetti religiosi e reliquiari, e hanno similmente assistito alla pubblica confessione di tali atrocità da parte del criminale di guerra Badoglio.

La scomparsa dell’Abune Petros marca un momento significativo nel corso di uno scontro caratterizzato dall’utilizzo di strumenti bellici banditi, come il gas venefico, l’incendio di villaggi e case, l’assassinio di civili e anziani, il tentativo di degradare i parametri morali e la cultura del Paese mediante il terrorismo, il massacro delle classi istruite e la totale distruzione delle scuole. La sua morte precede, peraltro, le stragi del Febbraio 1937 e quelle che seguirono. Il mondo ha assistito anche alla brutalità, all’avidità e all’orgia che caratterizzarono il regime fascista nei lunghi mesi successivi al decesso dell’Abune. Quante vittime qui, oggi, con le loro vite spezzate, testimoniano l’intensità di quelle atrocità?

A dispetto di tale testimonianza, oggi il nemico tenta, con insensibile cinismo, di giustificare i propri crimini additando i benefici che pretende d’aver introdotto in Etiopia. Nel caso si faccia riferimento a benefici materiali, coloro che erano stati qui prima dell’invasione, e che sono in condizione di stabilire un paragone, possono esprimere una valutazione reale riguardo a questa pretesa. Il nemico ha costruito freneticamente al fine di difendersi da una nazione che rifiutava fermamente di deporre le armi contro l’aggressore; esso non ha costruito con l’intento di recare un permanente contributo al paese. Qualora l’avversario abbia, invece, la sfacciataggine di riferirsi a valori morali, lasciamo allora alla coscienza del mondo, affinata da 10 anni di guerra, il dovere di replicare, dal momento che l’Etiopia si astiene dal descrivere minuziosamente il degrado che il regime fascista ha introdotto nel paese.

Questo monumento è un triste commentario alle condizioni del mondo in quel periodo, che tollerò le brutalità e le campagne di indicibile crudeltà in Etiopia. Se il pianeta si fosse rifiutato di tollerare quelle immoralità, se avesse reagito energicamente alle violazioni della legge internazionale, non avremmo potuto forse risparmiare i morti e i sacrifici senza numero dell’ultimo decennio? Questo monumento, benché si trovi lontano dai campi di battaglia europei, ha dunque un significato che trascende le frontiere nazionali e i confini del continente africano, e che unisce i caduti dell’Etiopia, eroi etiopi e britannici, a quelli di El Alamein, di Salerno, di Stalingrado, della Normandia e di Okinawa.

Siamo adesso alla vigilia della Conferenza della Pace. L’Etiopia ha dato prova di grande tolleranza nei confronti di un nemico che per sessanta anni1 le ha recato incalcolabili tormenti e lutti. Migliaia di nemici della nazione vivono ora pacificamente tra di noi. Abbiamo sostenuto la decisione di garantire l’assistenza dell’Amministrazione delle Nazioni Unite per il Soccorso e la Riabilitazione ai nostri vinti avversari, benché tale aiuto sia stato invece infinitesimale nei confronti dell’Etiopia, vittima dell’aggressione. In qualità di membro delle Nazioni Unite, abbiamo accettato di collaborare in pace con i nostri antichi nemici. Tuttavia, detta collaborazione deve fondarsi sulla buona fede e sulla fiducia reciproca. L’Etiopia ha dimostrato e continuerà a dimostrare la propria buona fede, nonostante gli inganni di quanti ne hanno abusato. Per il nemico è dunque giunto il tempo di porgere una mano in segno di amicizia. Se esso desidera quella dell’Etiopia deve, tuttavia, sinceramente pentirsi di sessanta anni di ingiustizia e dichiararsi pronto a rimediare. Se quel gesto verrà accompagnato dalla ferma volontà di lavorare in pace, senza quei propositi di aggressione che hanno motivato e guidato le politiche italiane per sessanta anni, l’Etiopia lo accetterà in spirito d’amicizia e di mutua comprensione.

Dobbiamo ora volgerci al periodo di pace che abbiamo, con la Grazia del Signore, finalmente raggiunto. E’ necessario che i Governi delle Nazioni Unite, che stanno adesso lavorando per la ricostruzione della pace planetaria, siano guidati da principi di imparzialità, in maniera tale da porre una pietra angolare solida e consistente nell’edificazione di un sistema pacifico che sopravviva alle generazioni. Qualora le condizioni di questa pace siano tali da soddisfare la coscienza ed il senso di giustizia degli uomini, qualora vengano assicurati al genere umano un lavoro e una vita felici, sotto un sistema giusto che non generi discriminazioni tra il piccolo e il grande, tale sistema così istituito potrà allora trasmettere in eredità alla generazione ventura una vita lieta e una sconfinata prosperità.

Speriamo che la generazione futura si renda conto dell’importanza dei sacrifici richiesti per il compimento di ogni lavoro, che in particolare è Nostro dovere realizzare per l’Etiopia, e non ultimo di quello finalizzato alla pace, in maniera tale da realizzarla e preservarla. Sebbene l’Etiopia sia annoverata tra le nazioni di antica civilizzazione, è noto che essa debba impegnarsi per prender posto tra le nazioni civili di oggi. La cultura moderna non è una nuova voga per l’Etiopia: la porta per essa è completamente aperta. Tutto ciò di cui si necessita sono istituzioni e scuole che consentano di filtrare ed assimilare la sua antica cultura con quella moderna. Come voi tutti sapete, prima che l’Etiopia venisse invasa dal nemico avevamo fatto tutto il possibile per migliorare le strutture educative, nonostante le numerose difficoltà in cui eravamo incorsi.

I prodotti delle nostre scuole sono stati messi alla prova sia in tempo di pace che in tempo di calamità nazionale. In questo momento ricordiamo tutti coloro che furono catturati e assassinati dal nemico. La natura ha dotato l’umanità della capacità di pensare liberamente, ma affinché i suoi liberi pensieri la guidino agli obiettivi della libertà e dell’indipendenza, il suo modo di riflettere deve essere modellato dal processo educativo. Si comprenderà che l’indipendenza mentale creata dall’educazione individualmente, genererà qual risultato la creazione di una nazione incline all’indipendenza. Paragonando il numero di scuole funzionanti oggi in Etiopia con quelle che esistevano prima dell’occupazione nemica, si possono osservare con viva soddisfazione i miglioramenti conseguiti nei cinque anni passati. Stiamo seminando su un suolo fertile, e in ogni parte del paese stanno sorgendo scuole frequentate dalla gioventù odierna, assetata di conoscenza.

In questo momento ve ne sono numerose, frequentate da migliaia di giovani. Un gran numero di questi stanno già dando mostra del proprio futuro di utili servitori dell’Etiopia. Tra costoro, un gruppo di individui perspicaci e di meritevole carattere sarà scelto per essere inviato all’estero a completare la propria istruzione. Abbiamo inoltre fondato scuole speciali per la formazione dei cadetti e della polizia, così come una per l’aviazione, al fine di coadiuvare il buon funzionamento dell’amministrazione. Non abbiamo limitato il nostro programma educativo a ciò che è stato già ottenuto; al contrario, stiamo facendo il possibile per aprire altre migliaia di istituti nell’intero Impero. E’ in via di realizzazione anche l’apertura di un’Università ad Addis Abeba. Educazione, lavoro e diligenza costituiscono i cardini dell’esistenza nazionale. Invitiamo tutti gli Etiopi a mandare i loro figli nelle scuole più vicine, poiché non educarli costituisce un suicidio e un crimine contro la responsabilità che il Signore ha riposto in ogni genitore.

La catastrofe causata dalle mani dell’uomo durante gli anni trascorsi (NDR: la II guerra mondiale) può essere evitata nel futuro per mezzo della religione e della speranza in Dio, che dovrebbero dimorare nei cuori degli individui. Ciò può ottenersi per mezzo dell’educazione, ma qualora questa non venga sostenuta dai giovani, lo sforzo che si compie in virtù della pace si rivelerà vano. Speriamo che alla Conferenza di Pace, che si terrà prossimamente, i responsabili vengano ispirati dalla profonda idea di giustizia per la causa dei diritti umani.

SMI_abunepetros[1]